Terminale

È già mattina
ma non sorge il sole
sulla mia città.

N.M.

La voce metallica di donna che si faceva largo nel rumore di sottofondo della stanza grattò con unghie affilate il cervello di Seiji ancora incatenato a quel sonno inquieto che gli aveva fatto compagnia nelle ultime ore. Gli pareva che il suono, più che dalle orecchie, gli arrivasse direttamente dal pavimento. Se lo immaginava correre lungo le grandi mattonelle di legno sintetico, dividersi e arrampicarsi su per le quattro corte gambe del letto per arrivare a pervadere il suo corpo ricurvo sopra delle sudicie coperte.

«Il suo sistema è stato aggiornato e le sue credenziali confermate. La ringraziamo per il tempo computazionale speso nell’operazione. Buona giornata cittadino. Lunga vita all’Imperatore» erano state le sue parole.

Quelle poche sillabe erano bastate a strapparlo via dal punto più basso del sonno profondo con una tempistica che rasentava la perfezione. Ricordi atavici di suoni e sensazioni percepite nel grembo materno balenavano in quelle profondità del suo cervello dove gli istinti animali riposano e rimangono nascosti quasi intimoriti della natura che il contenitore aveva ora assunto. Tale percezione del suono faceva regredire il suo essere a quel passato remoto della sua specie quando i rumori sott’acqua venivano percepiti fulmineamente a pelle per fuggire da eventuali predatori.

Rimase là per un tempo indefinito tra la veglia e il sonno mentre le unità del suo terminale vibravano sotto le lamiere come un favo di vespe che meticolosamente cercano di espandere quel loro limitato universo. Nella sua mente pensieri e immagini di un passato non troppo lontano lottavano per avere la supremazia e rimanere a pelo d’acqua nel fluire del mare che si stagliava tra le sue sinapsi palpitanti.

Un rumore violento e cupo dal piano di sopra fece aprire improvvisamente le sue pupille. I suoi occhi che parevano essere stati dimenticati dal cuore intento a pompare sangue in altre inutili zone del corpo improvvisamente si trovarono scoperti al mondo esterno e stentarono ad abbandonare le tenebre.

Seiji si guardò le mani e gli disse di aprirsi. Esse, quasi come se avessero una coscienza propria abbastanza intelligente da potersi opporre a degli ordini, per un po’ si rifiutarono. Dei macabri schiocchi accompagnarono la loro distesa come se le giunture stanche di quella vita si volessero immolare per non soffrire più. Seiji prese e di scatto distese la sua schiena per sedersi sopra il letto, schiena che poi inesorabilmente ritornò alla sua posizione curva naturale sofferente sotto il peso della gravità. Passò solo un attimo che prese a forzare il suo collo per distendere le vertebre schiacciate dopo ore di posizione innaturale e nel farlo la sua vista spaziò in tutto l’alloggio illuminato solo dalla luce proveniente da minuscole rotture nell’inferriata della finestra.

Chiamarlo in tal maniera era un eufemismo inventato dal dipartimento a capo degli assegnamenti che di lavoro trovavano roboanti aggettivi che avrebbero enfatizzato anche una fogna. Era un buco di pochi metri quadrati umido e sporco. Quel letto sudicio dove era disteso era stato costruito con una vecchia intelaiatura a molle, di quelle rese illegali da tempo e oltre a prendere molto dell’esiguo spazio si confondeva cromaticamente con la parete contro la quale era appoggiato.

Pile di vecchie riviste di carta dai toni sgargianti erano sparpagliate sopra il pavimento come pustole sulla faccia di un malato grave. Immagini di ragazze disegnate con tratti e appendici del corpo che sfidavano le leggi della fisica erano intramezzate a simboli cabalistici rosso cangiante sopra sfondi neri lucenti. Ai muri centinaia di vecchi articoli, fogli strappati di vari colori e vecchie periferiche correvano lungo il piano verticale come orde di barbari impazziti senza meta. Era davvero una bella collezione di cimeli di carta.

Sotto di essi si intravedeva il muro dipinto di una tonalità che pareva prendere la luce, deformarla orrendamente per poi trattenerla a stento. Un vecchio sistema di evacuazione liquidi umani campeggiava sul lato più lontano da Seiji, colonna memoriale alla sporcizia e al fetore. A tratti ancora si intravedeva il bianco della ceramica sintetica a igiene novantasette come a ricordo del tempo in cui nessun bacillo vi si poteva posare sopra.

Accanto al letto pochi vestiti attorcigliati a ragnatela si contendevano il pavimento con i cartoni degli ultimi pasti dove erano raffigurati degli ideogrammi che enfatizzavano quanto fosse buono quello che c’era dentro alla scatola.

Il terminale era là. Si stagliava sopra quella pozzanghera di ciarpame come tempio a Dio sopra un piazzale impolverato. Era un cilindro semi conico di colore nero lucido con svariate griglie sui lati attraverso le quali sbuffavano ventole di raffreddamento che illuminavano, sola fonte di luce, la stanza di blu scuro. Nel tavolo lì accanto erano appoggiati tre sottili monitor dal bordo nero. Essi erano larghi il doppio di quanto erano alti e puntavano idealmente verso una poltrona imbottita di scura pelle sintetica dalla quale a tratti spuntava fuori un ripieno marrone all’apparenza morbido.

La poltrona era appoggiata con lo schienale ricurvo all’indietro e ai lati presentava due tastiere di lucidi tasti neri con simboli luminosi della stessa tonalità di blu delle ventole. La luce che emanavano mostrava impietosamente alla vista il soffitto dal quale pendevano brandelli di carta. Sullo schienale della poltrona, all’altezza ideale dove dovrebbe posare la testa di un eventuale utilizzatore, una selva di fili anch’essi blu pendeva sopra la pelle e nel vuoto. Erano fili che Seiji avrebbe voluto utilizzare un giorno ma non aveva abbastanza soldi e forse non avrebbe avuti mai a sufficienza.

Nello schermo di destra piccole scritte bianche su sfondo nero scorrevano rapidamente dal basso verso l’alto bloccandosi ogni tanto per poi ripartire con frenesia. Nello schermo più in alto una fila di piccole immagini sembravano attendere qualche interazione esterna. Lo schermo a sinistra, più piccolo, era invece spento.

Seiji quel terminale l’aveva costruito da solo con pezzi di tre generazioni più vecchi. Alcuni li aveva rubati in qualche magazzino, alcuni invece li aveva trovati nella temporanea-rifiuti nelle vicinanze del suo alloggio. Tre generazioni fa il mondo dell’hardware fu caratterizzato da una fase alquanto interessante, almeno se analizzato con gli occhi avvezzi alle nuove scoperte dell’attuale generazione.

Quando problemi politici e di fisica quantistica fermarono la corsa del Dipartimento per il Progresso Tecnologico alla miniaturizzazione estrema dei nano e micro componenti uno strano vezzo evolutivo portò al ritorno ai sistemi voluminosi e impegnativi da poter alloggiare per un utente medio. Un po’ come se si fosse tornati ai primi calcolatori e le loro voluminose valvole. Il rack che Seiji si vantava di possedere apparteneva proprio a quella frazione di evoluzione delle macchine calcolatrici così avulsa da quanto già sperimentato in passato.

Non si poteva tenere dell’hardware e del software proprio. Il governo installava in ogni singolo alloggio abitato il terminale imperiale che doveva stare sempre acceso e sempre connesso alla rete. Loro si occupavano degli aggiornamenti di ogni tipo e te lo sostituivano se era necessario. Quello che un cittadino vedeva non era altro che uno streaming video di un qualcosa di calcolato da qualche altra parte.

Possedere una macchina come quella di Seiji era molto pericoloso considerate le direttive restrittive sancite dal Dipartimento dell’Informazione. Figuriamoci poi modificarlo a livello software e hardware come lui aveva faticosamente fatto. Seiji lo sapeva bene e per questo era diventato oltremodo paranoico riguardo quel suo nascondiglio che chiamava casa. Tappava con dovizia ogni possibile spiraglio di accesso all’esterno come farebbe un vampiro che cerca di costruirsi un giaciglio per passare il giorno al riparo dai raggi solari.

Per evitare la pena massima era costretto a tenere in un segmento del terminale il sistema operativo del dipartimento in modo che almeno dalla rete la sua macchina apparisse come una di quelle del governo. La propria identità personale aggiunta al terminale connesso permanentemente erano i due requisiti minimi per possedere l’UUID1, che era un proprio diritto e un proprio dovere avere. Era strano che in quei tempi ci fossero ancora acronimi che sintetizzassero frasi in inglese. La lingua inglese, così come tutte le altre lingue straniere, era stata proibita da molto nell’Impero.

I vecchi acronimi erano quasi tutti scomparsi per essere sostituiti da qualcosa di più prolisso, pomposo e soprattutto in giapponese. UUID come pochi altri acronimi di dominio comune e di larghissima diffusione rimasero invece gli stessi. Il governo aveva paventato di cambiarli ma non volevano creare troppi disagi nella popolazione. Ora UUID era acronimo di parole giapponesi che significavano praticamente la stessa cosa della sigla originaria inglese ma che nessuno sapeva. Molti non sapevano neanche quelle in inglese. Fatto sta che di UUID ogni cittadino dell’Impero ne doveva avere uno qualsivoglia sigla rappresentasse.

Quel sistema operativo ora Seiji lo malediceva borbottando sottovoce frasi sconnesse infarcite di insulti perché gli aveva interrotto il sonno con uno stupido aggiornamento periodico. In effetti avrebbe anche potuto disattivare gli altoparlanti ma non stette a maledire anche se stesso per questo suo errore.

Si alzò dal letto e rimase per un attimo immobile in piedi per permettere al suo corpo di abituarsi a quella nuova posizione. Aveva già indosso i vestiti che usava portare all’esterno, non si era neanche preso la briga di spogliarsi e infilarsi sotto le coperte per dormire. Aveva indosso un paio di logore scarpe sportive, dei pantaloni strappati sulle ginocchia non per moda e una maglietta scura con sopra un grande quarantadue rosso.

«Luce» sentenziò con la voce rauca di chi non usava le corde vocali da molto tempo.

I neon alle pareti dopo un attimo di esitazione presero a tagliare l’aria polverosa della stanza e ad ammorbare la quiete presente con il loro incessante ronzio. La finestra dall’altro lato della stanza dalla quale non si poteva vedeve il terminale o altro lentamente cigolò e cominciò ad aprirsi inondando la stanza di ulteriori fotoni che ferirono gli occhi di Seiji. Con un braccio si coprì fronte e globi oculari mentre con l’altra mano rovistò nella tasca sinistra dei pantaloni. Ne estrasse un pacchetto accartocciato di sigarette dal quale prese una delle due rimaste.

Il teschio rosso e l’ideogramma rappresentante la parola morte su impressi non lo distolsero dal suo vizio. Tolse il lungo filtro, prese un accendino e proprio nel momento in cui la fiamma blu comparve davanti al suo naso la finestra finì di portare a termine il suo compito e smise di produrre rumore. La luce pareva tentennare nell’entrare in quella stanza mentre i molteplici rumori provenienti dall’esterno non ebbero alcun problema a fare loro quella stanza.

Seiji tirò una lunga boccata di fumo e si incamminò verso la finestra. Appoggiò i gomiti sul davanzale e alzò la testa.

«Computron per favore fai partire la sequenza di musica numero due» disse espellendo il fumo.

— Sì padre, rispose il terminale.

Il terminale ora aveva parlato con voce diversa. Era una voce bassa come quella di un uomo, più melodiosa nel concatenare le sillabe, senza il rumore metallico di quella di prima ma comunque con una sottile base artefatta. Un assolo di chitarra elettrica, retaggio dei tempi della musica libera, si diffuse potente a riempire tutti i vuoti rimasti nella stanza.

— Ho provveduto a eliminare i controlli della nuova patch, disse con tono che si potrebbe dire soddisfatto la voce che Seiji aveva chiamato computron.

«Grazie» gli rispose svogliatamente e abbozzando un sorriso.

— Avrei potuto farlo prima ma non volevo passarle avanti.

«Si lo so. Non ti preoccupare.»

— Non mi preoccuperò allora.

Quello con cui aveva parlato, o meglio quella cosa con cui aveva parlato, era l’intelligenza artificiale che aveva messo in piedi dopo giorni e giorni di crunch mode sballando completamente la phase veglia/sonno. A quel tempo i programmi di quel genere venivano chiamati in svariati modi: Turing, eihai, enuenu2.

Seiji riprese a osservare il paesaggio mentre la sigaretta si consumava velocemente martoriata dalle sue profonde inalazioni. Il mondo che gli appariva agli occhi avrebbe colpito e stordito chiunque. Una fila interminabile di finestre identiche alla sua bucherellavano il muro concavo di colore grigio del suo palazzo. Una miriade di insegne al neon di tutti i colori sgargianti dell’iride si arrampicavano sugli edifici antistanti. A tratti le architetture parevano sfidare la fisica e beffarsi dell’attrazione gravitazionale.

Gigantesche proiezioni olografiche a mezz’aria raffiguravano le mascotte e i loghi geometrici di quelle aziende ricche abbastanza da potersi permettere di farsi pubblicità. Inframmezzati fra cartelloni pubblicitari di ristoranti che offrivano cucina a basso costo si potevano vetrine di bordelli con donne succinte alle finestre oppure scritte inneggianti a nuovi mirabolanti ritrovati farmacologi.

Quello che aveva davanti era un gigantesco buco. Molti lo chiamavano canalone e i più poetici colonna di luce. Seiji era sottoterra, o più precisamente in un buco scavato sottoterra. La struttura era a base quadrata larga circa un centinaio di metri e molto profonda. In ognuno dei quattro lati correvano via le finestre degli alloggi privati che si affacciavano le une sulle altre. Ogni dieci piani ognuno degli edifici era connesso a quelli adiacenti con delle piattaforme a croce che dovevano essere percorse a piedi se ci si voleva spostare. Quelle che dovevano essere solo piattaforme di interconnessione tra un palazzo e l’altro si erano trasformate col tempo in un frequentatissimo mercato a cielo aperto dove moltissima gente aveva costruito delle baracche con materiali rubati o trovati lì nei dintorni.

Grida di venditori di ramen cercavano di farsi spazio in mezzo agli spot delle compagnie farmaceutiche diffusi a gran volume da degli altoparlanti sincronizzati con i movimenti labiali degli ologrammi delle ragazze semi-vestite che elencano le virtù incredibili di quel nuovo farmaco. Ascensori a vista stipati di gente all’inverosimile correvano su e giù dai piani degli edifici adibiti a mercato quasi a voler pareggiare il flusso delle persone che pareva esondare dai lati aperti da un momento all’altro. Pareva che tutti avessero premura di arrivare da qualche parte e di colmare il tempo necessario con qualche sguardo svogliato alle numerose vetrine lungo le strade.

Questo paesaggio si ripeteva per molti piani sopra Seiji e per molto di più sotto. Sopra di lui, molto lontano dalla sua posizione, c’era la così detta lente cattura sole o lente solare. Era una grossa struttura in vetro larga come il canalone dalla quale filtravano tiepidi raggi solari provenienti dalla superficie. Accanto a essa gigantesche ventole sbuffavano cercando di far circolare via l’anidride carbonica prodotta dalla gente sottoterra. Man mano che si scendeva sotto terra la luce trasmessa dalle lente solare si faceva sempre più tenue e solo le luci dei negozi e dei neon la facevano da padrone.

Seiji osservava in maniera sonnacchiosa i metri che dividevano la sua alcova dalla superficie e cercava di distinguere i contorni dei grattacieli di sopra attraverso il vetro curvo della lente che pareva messa là a barriera effimera tra la superficie e il sottosuolo. Un vento violento turbinava a tratti scivolando giù per il palazzo dove lui risiedeva e nell’incunearsi nel foro verticale produceva un suono quasi impercettibile nella confusione come se una gigantesca bocca usasse quel lungo tubo come un flauto.

Quasi con cadenza continua dai piani più alti i commercianti delle intersezioni e quelli dei palazzi gettavano di sotto la loro immondizia. Se qualcuno si azzardava ad andare troppo vicino ai bordi e a sporgersi con la testa dalle intersezioni era molto facile che si beccasse in testa qualche rifiuto o le deiezioni di qualche sconosciuto in caduta libera.

Il palazzo da cui si affacciava era un complesso abitativo governativo. Era stato fortunato a ricevere un alloggio che desse su un canalone; molto, molto fortunato. C’erano infatti molti alloggi che completamente privi di finestre e addirittura altri che davano sulle tangenti.

Da quando era stato istituito il meccanismo degli UUID dal Dipartimento dell’Informazione questi mostri di acciaio e cemento furono costruiti sottoterra. Ora essi erano dimora di quei rifiuti della società che non avevano diritto di vivere in superficie o perché non guadagnavano abbastanza o perché non degni.

Il governo aveva pensato bene di seppellire sotto terra tutti i problemi. Nascondere quello che si pensa essere sbagliato è un comportamento diffuso nell’uomo che si riflette anche in campo macroscopico e il governo non aveva fatto eccezione. Negli anni aveva continuato a nascondere e a seppellire. Da questa spirale nacque la fogna chiamata Tokyo, ufficialmente fondamenta antisismiche di Edo, la splendente capitale del restaurato Sacro Impero di Yamato.

Quel posto era la casa di Seiji, quella che lui e molti altri chiamavano l’underground con grande sforzo di inventiva. Molti cominciarono a chiamarlo così proprio per poter utilizzare a dispetto una parola straniera e finivano per leggerlo come “underogorundu” seguendo la traslitterazione col vecchio katakana.

«Computron oggi c’è il sole, è incredibile» disse Seiji.

— Sì è esatto affermare che ci sia il sole. Temperatura mite. Umidità sotto la media stagionale. Dalle notizie da me apprese poca fa sembra che un sacca di alta pressione momentaneamente allontanato verso sud la Grande Nube, disse la macchina mentre le ventole presero a girare più velocemente.

«Erano settimane che non si intravedeva» rispose Seiji ridacchiando come un idiota.

Montò con gesto atletico in piedi sul davanzale e si mise a guardare in basso. La sua testa cominciò a girare per le vertigini e la paura a invadergli tutto il corpo. Pensò che non sarebbe stato male buttarsi di sotto, lasciarsi trasportare via dal vento e interrompere ogni sofferenza giù in fondo all’underground dove nessuno avrebbe mai violato il riposo del suo cadavere. Sarebbe bastato un solo piccolo passo e tutto sarebbe finito.

«Computron ascolta.»

Le ventole del terminale aumentarono di intensità e la macchina sembrò quasi un animale rinchiuso in gabbia che sbuffa impotente perché impotente di fronte alla sua prigionia.

— Fatto.

«Pensa. E se io mi uccidessi? Insomma se adesso io mi buttassi di sotto tu cosa faresti?»

— Intende che cosa farei di fronte alla sua interruzione volontaria della vita tramite suicidio?

«Sì, esatto.»

Nel lato più recondito della selva di circuiti della macchina, là dove la rete neurale auto-adattativa vive la propria vita evolvendosi e regredendo in un tempo non umano una minuscola fiammella ebbe il suo compito. Una piccola e veloce carica elettrica che nessuno avrebbe mai visto balenò nel buio di quell’universo dove l’interdipendenza tra hardware e software si esplica. Interi cicli di vita e di morte procedettero impietosi spinti da un fato dettato da regole superiori, regole che Seiji stesso aveva intessuto come a voler trasumanare. Ciclo che si protrasse fino a quel bivio che le regole della macchina non potevano capire perché estraneo a una logica. La rete neurale seppur riluttante interrogò il generatore di numeri casuali e tirò un simbolico dado.

— Non lo so padre.

Seiji fece finta che nessuno avesse detto qualcosa. Indossò un lungo e logoro cappotto di pelle sintetica che usava portare per combattere il freddo primaverile. Ne tirò su i baveri e raccolse da terra una lunga chiave legata a un pezzo di stoffa. Si guardò un attimo allo specchio che era posizionato sopra la latrina giusto per vedere se era presentabile. Era un ragazzo sulla venticinquina, tratti tipicamente giapponesi, capelli che gli arrivavano sulle spalle e fisico esile. Insomma non era una persona che spiccava nella folla e lui faceva di tutto perché questo non accadesse.

«Computron trasferisci sull’unità logica due il materiale per l’incontro di oggi» disse pettinandosi alla meno peggio con le dita.

La macchina emise un fischio sommesso di un paio di secondi.

— Trasferimento completo. I dati sono stati criptati secondo la mappatura standard. Le chiavi di decriptazione sono le 1024 basi dopo la 1024-esima base del vostro corredo genetico padre.

Seiji aggrottò la fronte.

«Perché mai hai scelto il seed e la lunghezza della chiave uguali?»

— Ho pensato che per lei fosse più facile ricordarsi solo di due numeri. Ho sbagliato?

«No, in fondo forse hai ragione, seed e lunghezza chiave genetica a 1024. Va bene dai lasciamo stare. Ora devo andare, interrompi la musica, shutdown di tutti i sistemi periferici nell’ordine solito e procedura di backup standard.»

— Procedura di backup standard avviata. Sistemi periferici in disattivazione secondo l’ordine standard.

«Dove ho messo l’unità logica?» si chiese Seiji frugando nervosamente per la stanza.

Si accorse allora di averla al collo. Il piccolo tetraedro nero che penzolava dal suo petto era sorretto da una sottile catena e presentava un piccolissimo led di un blu vivo, segno che nello stomaco dell’apparecchio erano presenti dei dati. Seiji ruppe il filtro all’ultima sigaretta del pacchetto e si diresse all’uscita lasciando nella stanza, quasi come un ricordo, una nuvola di fumo prima di chiudersi dietro la porta fragorosamente. Tre tonfi sordi della serratura sancirono che l’alloggio era ora isolato dall’esterno.

La macchina, ormai sola, scricchiolava come una vecchia nave di legno mentre le unità principali di memoria s’affrettavano a fornire i dati al processore. Dati che venivano trasferiti via etere a un’unità logica nascosta da qualche parte nel ciarpame della stanza.

— Backup effettuato, disse la macchina.

Un silenzio cupo si impadronì della stanza.

— Backup effettuato, riprese dopo un momento di indugio.

Le regole indette da Seiji in maniera programmatica sancivano che computron non avrebbe dovuto usare il modulo voce per nessun tipo di notifica quando egli non fosse stato nella stanza. In fondo un comportamento del genere era logico in quanto è inutile notificare qualcosa se non c’è nessun interlocutore che possa recepire il messaggio. Computron ora, come se si fosse ricordato improvvisamente di questa cosa, disattivò anche quel modulo e tacque.

Seiji percorreva un lungo budello di cemento squadrato che idealmente seguiva il profilo del canalone. Le porte erano di un colore rosso acceso distanti pochi tatami l’una dalle altra. Sopra ognuna di esse campeggiavano due targhe rappresentanti il numero dell’alloggio. I pochi blandi neon ancora funzionanti illuminavano l’ambiente di una luce spettrale.

Quel lungo cordone di luci presentava a tratti lunghi segmenti completamente bui per via dei numerosi guasti elettrici. Spesso poi in mezzo ai neon ancora funzionanti ve n’erano alcuni che lampeggiavano a esternazione dell’agonia dei loro ultimi momenti di vita. Le luci spente sembravano quasi voler nascondere alla vista il corridoio nella sua interezza perché detta vista non era sopportabile agli occhi.

Seiji camminava a testa bassa con lo sguardo perso a inquadrare la pavimentazione di finto tessuto che non lasciava trasparire alcun rumore al suo passaggio. Il suo sguardo indolente come quello di un ubriacone si perdeva di tanto in tanto sulle macchie del pavimento seguendole finché esse non finivano fuori dal cono visivo. Era sua abitudine contare le cose che gli si proponevano con un pattern continuo e le macchie non facevano eccezione.

Ondate di puzzo di urina gli attanagliavano il naso e la gola. Si costringeva a trattenere il respiro per lunghi tratti quasi a non volere che il degrado e il fetore diventassero parte di lui. A tratti falci di luce provenienti da feritoie e da squarci più o meno grandi nelle porte gli colpivano gli occhi.

In quei fugaci momenti Seiji otteneva una prospettiva fugace quanto il tempo di un passo sull’intimità di una vita altrui e quasi automaticamente l’occhio si svegliava dalla catarsi in cui risiedeva e fissava avidamente quella luce. Era come se durante quell’infimo attimo esso avesse bisogno di quella informazione come si ha bisogno di cibo per nutrirsi e Seiji non si opponeva a questo suo desiderio irrefrenabile.

Una vecchia che mangia del ramen istantaneo, un giocatore di un mondo persistente collegato al proprio terminale che strattona il catetere e la flebo che ha approntato per una full-immersion, un drogato che fissa il soffitto additandolo di morte, una prostituta che soffre per un cliente brutale. Mille storie si celavano dietro a queste porte, mille tragedie, mille derelitti che vivono in quel palazzo costruito dal governo.

Buttò la sigaretta che ormai gli ustionava le dita davanti a una porta poco prima di giungere di fronte all’ascensore. Premette il sudicio bottone giallo e dopo poco le porte faticosamente si aprirono.

«Guarda tu chi ti vedo. Cosa ti porta a uscire dal tuo alloggio mio buon amico?»

Dopo un attimo di incertezza un sorriso stentato si dipinse sul viso di Seiji. Spinse un pulsante sulla plafoniera della cabina e parlò.

«Ciao Toshio, a quanto vedo non sei scappato come si diceva in giro nelle BBS.»

La persona accanto a Seiji era un ragazzo apparentemente sui vent’anni appoggiato a una parete dell’ascensore, altissimo e dal fisico allampanato. Data la sua altezza doveva tenere la schiena incurvata per non battere la testa sul coperchio superiore di quella cabina evidentemente progettata per l’altezza media popolare.

Portava addosso una squallida riproduzione di una divisa dell’esercito americano dell’ultima guerra globale di una taglia molto superiore alla sua. Le pallide dita delle sue mani, simili agli artigli di un’aquila, spuntavano dalle larghe maniche e stringevano un bastone di un legno scuro che poggiato a terra sorreggeva il peso di tutto il corpo. Il suo viso sembrava quello di un malato terminale da quanto aveva incavate le guance e gli occhi. Non aveva neanche un capello in testa e la rotonda calotta cranica illuminata dalla luce del neon gli donava un aspetto innaturale. Numerosi tic nervosi gli martoriavano la faccia mentre immobile osservava con occhi spenti Seiji.

«No no no ma che meraviglia. Questo è troppo. Me ne vado in cerca di qualche donzella che m’accordi il suo candore e chi ti vedo? Il vecchio Zeta. Pensare che ce ne sono un mucchio di ascensori qui nell’underground e proprio qui ti becco. Dove ti rechi mio buon amico?»

La sua voce era di un tono molto basso ma rassicurante, le parole erano volutamente scandite alla perfezione senza nessuna inflessione di sorta.

«Eh sì, proprio una marea di ascensori. Strano che tu abbia preso proprio il mio. Che coincidenza no?»

«Non mi hai risposto Zeta, è un segreto il tuo?»

«Devo andare al settore sette» gli rispose scocciato.

Toshio batté tre volte il suo bastone per terra e poi l’alzò con uno scatto di velocità non umana indirizzandolo il suo bastone verso la gola di Seiji. Guardò in alto con la faccia ironica di chi s’interessa platealmente a qualcosa.

«Sette. Sette. Sette. Settore sette. Se non mi sbaglio è territorio di prostitute gestite dalla Yakuza3.»

Toshio scosse la testa digrignando i denti.

«Quali affari ti guidano al settore sette? Cerchi qualche favore sessuale? Puoi trovarne anche qui. Parlane con il tuo amico Toshio» disse il ragazzo ondeggiando le spalle.

«Lascia stare. È una cosa personale» disse Seiji allontanando con una mano il bastone dal suo collo.

«Va bene se non vuoi parlarmene chi sono io per costringerti? Ascoltami per un attimo ora. Ho sentito dire da un mio oplita che vai nel Grande Prato Verde a farti bello. Dicono che possiedi uno eihai ben modificato, uno di magnitudo progettistica molto alta.»

Seiji si scansò i capelli dalla fronte riponendoli dietro il suo orecchio destro, tirò fuori di tasca un accendino nero e se lo mise in bocca stringendolo tra i denti.

«Fammi un favore, allungami una sigaretta che le ho finite.»

Un silenzio innaturale calò nella cabina, silenzio rotto solo dal sottile rumore provocato dallo sfregamento dei rulli dell’ascensore contro il cavo d’acciaio. Toshio appoggiò il bastone contro muro e prese a rovistare in una tasca interna del suo giubbotto mentre con lo sguardo era fisso sugli occhi di Seiji. Aveva ora un sorriso falso, un sorriso quasi da malato mentale che avrebbe fatto impaurire anche il più spavaldo degli uomini. Prese il pacchetto in mano, estrasse lentamente una sigaretta dal lungo filtro, inarcò l’indice della mano sinistra sotto il pollice e ce la pose sopra nella posizione tipica di chi vuole scagliare qualcosa lontano. Con la mano destra prese il bastone in mano.

«Ma certo amico mio carissimo. Non potrei mai rifiutare un favore a chi mi è amico» disse.

Con la mano sinistra lanciò la sigaretta verso il volto di Seiji che per riflesso alzò la mano per intercettarla. Poi fu tutto come un sogno che dura solo un attimo. Toshio prese il bastone con tutte e due le mani ed estrasse una lunga spada dal suo interno che in un tempo infimo balenò nell’aria come un lampo di luce stroboscopica.

Seiji si ritrovò sbattuto contro il muro con il braccio sinistro bloccato, la sigaretta, a cui era stato reciso il filtro al volo, era ora sopra la sua mano. Il problema però era che Seiji aveva anche una lama fredda come la morte appoggiata sulla gola.

Seiji si sentiva come se il tempo si fosse alterato per un attimo, era la stessa sensazione che si dice provi un pugile prima del colpo di incontro, quando vede tutto intorno muoversi più lentamente. Ancora non riusciva a capacitarsi di cosa fosse successo perché le sue sinapsi avvelenate dalla adrenalina stentavano a funzionare al meglio. Gli tremavano le mani e le ginocchia, l’accendino che aveva in bocca gli cadde a terra e non poteva fare altro che rimanere attonito a guardare quel mostro che gli era appena apparso a dieci centimetri dal volto.

«Mi pare che sia buona abitudine rispondere subito quando un tuo interlocutore ti chiede qualcosa Miyaguchi Seiji! Io quel piccolo cazzo moscio che ti ritrovi tra le gambe te lo taglio via così a puttane non ci vai più!» urlò Toshio con voce rauca e occhi iniettati di sangue.

Rimase immobile con la spada in pugno per quasi un minuto, durante il quale Seiji si ritrovò ad aver paura persino di respirare o deglutire in quanto temeva che qualsiasi movimento inconsueto della sua gola lo avrebbe portato a essere trafitto. Toshio lasciò d’improvviso la presa e si chinò a terra. Quando riemerse aveva in mano il filtro che aveva tagliato al volo e l’accendino di Seiji. Rinfoderò la spada, prese la sigaretta dalla mano ancora impietrita di Seiji e gliela infilò in bocca. Una fiamma blu balenò dall’accendino e la sigaretta si accese.

«Tu togli il filtro vero?»

«Che salta in testa? Mi volevi ammazzare?»

«No no. Sei mio amico.»

Seiji si fece in disparte per quanto poteva e continuava a fissarlo impaurito.

«Allora carissimo cosa mi sai dire?»

«Tu sei pazzo Toshio. Un completo pazzo. Ti sei strafatto di qualche stronzata chimica per caso?»

«No, non oggi almeno Zeta. Allora cosa mi sai dire è?»

Seiji pensò velocemente che fosse salutare rispondere all’altro occupante dell’ascensore.

«Ho un Turing ma non è in vendita. Startene via ti ha portato a essere uno psicopatico che se ne va in giro a sgozzare chiunque non ti risponda subito?»

«Eh no no. Le mie capacità sono un po’ cambiate ultimamente e mi ci devo abituare» disse Toshio ridendo a squarciagola.

In quel momento le porte dell’ascensore si aprirono, Toshio spostò il piede per bloccare la loro chiusura.

«Dove hai beccato tutti quei dati per il training? Perché sappiamo benissimo che non serve essere dei geni dell’informatica per robe del genere. Servono solo tanti e tanti e tanti dati.»

«Un po’ qui e un po’ lì» gli rispose Seiji evitando di incrociare il suo sguardo.

«Sai che c’è un limite vero o sei troppo intelligente.»

«Un limite a cosa?»

«Un limite ai dati che tu passi. Un limite alle foto di cazzi che puoi passare alla rete neurale prima che dalla sua inutilità di programma mangia corrente elettrica si accorga che hai tirato giù i pantaloni.»

«Non ho tante foto di cazzi nel mio alloggio se è quello che intendi.»

Toshio fece una risata forzata.

«Dimmi un po’. Hai anche un terminale vero, uno di quelli che non ti sputano negli occhi le immagini del governo?»

«Sì.»

«Ascoltami amico mio, ho possibilità di piazzare il tuo eihai a un mio conoscente. A quanto pare la compagnia che gli sta dietro è molto influente e gliene serve uno avanzato. Non hanno tempo di trovare tanti dati. Io ti faccio da intermediario per la vendita dei dati, mi prendo una piccola percentuale come compenso e tutto il resto va a te.»

Toshio si spostò di un passo fino ad appoggiarsi alla porta.

«Pensaci bene amico mio.»

«Non mi interessa.»

Toshio si mise a ridere, con un balzo saltò fuori dall’ascensore e piegò la sua schiena in un plateale inchino portando il bastone sopra le sue spalle.

«Aspetto tue notizie. Posso anche piazzare il tuo terminale se vuoi» disse Toshio.

Le porte cominciarono a chiudersi.

«Non ne riceverai di certo» disse Seiji.

Mentre le porte si richiudevano Seiji rimase a osservare quella figura sempre protesa nell’inchino. Il tempo di due tiri di sigaretta e la porta si aprì di nuovo. Venne invaso dalle luci accecanti e dal rumore frastornante della strada. Per un osservatore lontano può essere affascinate guardare il caleidoscopio di colori che si muovono a caso nelle intersezioni ma un conto è guardarlo e un conto è essere un cristallo del caleidoscopio.

Anche solo camminare in mezzo alla gente toglieva il respiro. Tutta la pubblicità presente del canalone era direzionata verso le intersezioni. Potevi girare gli occhi in qualunque direzione e avresti incontrato di certo un cartello perpendicolare al tuo sguardo. La cosa più fastidiosa poi era che molti cartelli erano attivi. Se riconoscevano il tuo PT finiva che si rivolgevano direttamente a te magari mostrandoti quanto il tuo pene si sarebbe allungato con la nuova medicina.

Seiji fece un lungo respiro e lasciò che quegli odori acri di piscio, sudore e di svariati tipi di cibo in cottura gli bruciassero gola e polmoni. Chiuse per un attimo gli occhi e con fare trasognante sospirò di piacere.

«Ah l’aria di casa» sussurrò.

  1. Unique Universal IDentifier. ↩︎
  2. Eihai e enuenu sono le pronunce in giapponese degli acronimi inglesi A.I (Artificial Intelligence) e N.N. (Neural Net) rispettivamente. ↩︎
  3. Tipo di mafia giapponese. ↩︎

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