Spara deciso. Spara per primo. Spara sempre.
Era quello il motto, un messaggio chiaro e semplice. Neal l’aveva fatto suo. O meglio era la personificazione stessa di quell’ideale o almeno questo era quello che andava dicendo in giro.
Neal matricola 1415s2, tiratore scelto di classe 2 con autorizzazione a operare nei settori 234-255. Questo era il suo identificativo completo. Sciorinare qua e là il suo status faceva squagliare di amore le ragazze, soprattutto se in fondo ci aggiungeva un “baby”.
Non che avesse tempo per le femmine si intende. L’abnegazione alle tre regole era tutto per lui e la sua massima concezione di amore era una sveltina in un bagno pubblico con una sbarbina scelta a caso.
Certo era che dovere e la lealtà verso il lavoro poteva essere grande quanto si voleva ma non sarebbe mai arrivato a soddisfare la terza regola nel suo significato primo. Nessuno poteva sparare sempre, il corpo umano ha i suoi limiti fisici. Neal comunque cercava di sovvertire quella sua natura circadiana limitandosi solo a pochissimi selezionati momenti di svago, relax e riposo. Ora era in uno di quelli.
In quel preciso istante non stava sparando. Stava seduto a un bar del settore 237 a mangiarsi dei sinto di nachos e salsa piccante. Il gusto non era malaccio, nella scatola della confezione c’era scritto nella vostra vita non assaggerete mai niente di più simile ai nachos con salsa piccante. Neal ci credeva sulla parola. Non aveva mai mangiato gli originali.
Neal non poteva bere in servizio e visto che al lavoro c’era praticamente sempre l’affermazione poteva tranquillamente essere resa universale. Se ne stava al bancone e sorseggiava un’acqua con scotch, non uno scotch con acqua, acqua con scotch. Era un drink composto dal 99% di acqua e 1% di scotch. Si poteva tranquillamente dire che la percentuale di super alcolico si batteva alla pari con i rimasugli di detersivo rimasti dopo l’ultima lavata.
Il bar non era terribilmente brutto. Era un bar come un altro fatto per essere accettabile all’occhio se si è ubriachi. Il corto bancone di plastica prendeva praticamente metà dello spazio. Dietro di esso una selva di neon dagli sgargianti colori illuminava una discreta collezione di bottiglie e dosatori di droga. Niente colori tenui. Non c’era spazio lì per il magenta, il viola, il ciano o altri colori da femminucce. Tutto il bar era illuminato dai semplici ma diretti rosso, verde e blu. Tricromia per retine forti.
Una ballerina, se così si poteva chiamare, danzava praticamente nuda aggrappata ad un palo sopra un tavolino circolare e allietava con la sua figura due vecchi bavosi che non avevano un cazzo di meglio da fare nella vita che starsene lì a vedere se gli diventa duro.
L’aria era bella calda quella sera e quello che ne soffriva di più era proprio Neal. Non poteva di certo andarsene in giro in pantaloni corti e petto al vento. Non poteva permetterselo, no di certo.
L’uniforme da shooter era di grezza finta pelle nera e gli ricopriva praticamente tutto il corpo dalla punta dei piedi fino alle orecchie. Sotto la pelle si nascondeva una struttura modulare di una lega di ceramiche ultra deformabili che proteggeva il corpo in quei casi in cui lo shooter che la portava non avesse operato seguendo la seconda legge. Il sistema di supporto e di monitoraggio dei parametri vitali che correva lungo la tuta era molto pesante e scaldava da morire. Il sistema di autoregolazione della temperatura del corpo e delle armi installato nella tuta funzionava e bene ma non ce la faceva a contrastare il caldo generato dal sistema di supporto vitale. Evidentemente i due team che avevano sviluppato i due sistemi non si erano parlati molto durante la progettazione.
Neal non ce la faceva più a gestire il caldo. Si guardò un po’ intorno e decise di spegnere il supporto vitale per avere un po’ di refrigerio. Avrebbe dovuto portare il piccolo casco in dotazione ma ora lo teneva appoggiato sul bancone. Aveva un viso pulito e bello con i lineamenti dolci. I suoi occhi sembravano fatti per portare la pace a chi li guardava. Gli erano cresciuti un po’ i capelli e gli si riempiva la cute di sudore.
Il casco era dotato di apparecchi per la comunicazione con la centrale operativa, sistemi di potenziamento dei sensi già ipersviluppati (tre dei cinque totali) dello shooter e ultimo ma non ultimo lo proteggeva dai colpi diretti alla testa. Con quell’attrezzatura lo shooter poteva operare in casi di visibilità ridotta o assente e in generale quasi tipo di condizione avversa. Se così non fosse stato non avrebbe potuto operare in modo corretto soprattutto nel caso della terza legge.
Ovviamente la tuta non era solo quello. Uno shooter era corpo e armi. Un classe due come lui aveva molta scelta. Incrociate sui fianchi aveva due S-S-EX-S-24, pistole elettromagnetiche semiautomatiche silenziate con carica esplosiva a 24 colpi ((S)emiautomatic, (S)hort range, (E)lecromagnetic, e(X)plosive, (S)tealth, (24) shots). Le così dette SEX. Esprimevano il massimo potenziale fino ai venti metri.
Poco sotto il bacino sulla parte esterna delle cosce aveva due A-L-EX-200, fucili d’assalto ibridi elettromagnetici automatici a carica esplosiva, 200 colpi con proiettili all’uranio impoverito ((A)utomatic, (L)ong range, (E)lecromagnetic, e(X)plosive, (200) shots). I così detti, ovviamente, ALEX. Potevano colpire senza problemi fino a 200 metri.
Se le pistole e i fucili non erano abbastanza lo shooter poteva contare su armi corpo a corpo. Neal portava sulle braccia due M-O-K, due pugnali molecolari vibranti ((M)olecular (O)scillatory (K)nife). I MOK erano affilatissimi e si diceva che effettivamente il filo nella parte finale fosse largo una sola molecola, da lì il loro nome. Questo e il fatto che vibrassero a una frequenza altissima li portava ad essere dei buonissimi strumenti di morte e di rasatura a secco.
Lui era molto orgoglioso del suo arsenale e lo teneva nella migliore condizione possibile. Era solo rammaricato di non essere nato per essere uno shooter di terzo livello ma non si può lottare contro la natura. La carriera di uno shooter era una e una sola e rimaneva la stessa per tutta la vita.
Neal aveva finito i nachos e l’acqua con scotch. Gli era rimasto un saporaccio in bocca e un po’ di composto tra i denti.
«Ehi Biff» disse Neal. Aveva una voce melodiosa. Quasi musicale.
«Biff!» Continuò ad alta voce dopo una decina di secondi.
«Vuoi un altro scotch Neal?» Disse qualcuno aldilà del bancone.
«Sì. Un altro.»
Da dietro il bancone si alzò un uomo sulla trentina. Aveva capelli corti ossigenati, un doppio mento tendente al triplo, la faccia piena di capillari rotti, nasone e dei vestiti in tinta con il locale. Aveva stampato in faccia il segno del recipiente di detersivo che aveva usato come cuscino.
«Ok!» Disse con vigore.
Nessuno rispondeva male o con esitazione a uno shooter, questo anche se era a posto. Era rinomato che c’erano stati errori in passato ma comunque la precisione era praticamente uguale al 100%.
Il barista riempì il bicchiere di acqua del rubinetto e prese in mano una bottiglia di scotch. Se ne versò un po’ sulla mano e poi ne fece cadere una goccia nel bicchiere. Porse il drink a Neal e cominciò a leccarsi il liquore rimastogli sul palmo. Si girò per rimettere apposto la bottiglia ma gli cadde in terra con un tonfo sordo.
«Ma che sei ubriaco?» Chiese Neal.
«E tu 1415s2? Lo sei?» Disse qualcuno alle sue spalle. Era una voce ancora più melodiosa di quella di Neal.
Neal si girò. C’era uno shooter in piedi davanti a lui, anzi una shooter visto il fisico sinuoso e slanciato ma non ne poteva essere sicurissimo dato che portava il casco. Sapeva di avere colleghi di sesso femminile ma non ne aveva mai visti. In generale non vedeva mai degli shooter se non all’interno della centrale. Ogni shooter aveva le sue zone di competenza e quella era la sua zona. Era lui a sparare in quei settori.
Neal guardò con la coda degli occhi il visore del suo casco mentre il barista si affrettava a pulire il retro bancone con uno straccio. Neal lesse la matricola della collega sullo schermo. Quella shooter era molto più giovane di lui.
«Cosa ci fai in questo settore collega? Il settore 237 è di mia competenza» disse lui.
«E tu cosa ci fai in questo bar?» Chiese lei.
«Sono in pausa.»
La ragazza si appoggiò pesantemente al bancone facendo tremare tutte le bottiglie di alcolici. Fece per prendere il bicchiere di Neal ma lui la fermò stringendogli il braccio.
«Questo è il mio drink 1628s2.»
«Lasciami il braccio 1415s2. Come osi. Fossi in te mi metterei il casco. Per evitare altri errori.»
«Ho detto che sono in pausa.»
«È un ordine.»
«Non scherziamo» disse Neal mettendo una mano sopra il casco.
Poi se ne accorse. Era 1628s3 non 1628s2. Quella che aveva davanti era tiratrice scelta di classe 3 con autorizzazione a operare in tutti i settori. Non aveva mai visto un classe tre in servizio fuori dalla centrale nei suoi dieci anni di servizio.
Si accorse solo adesso di quell’oggetto che le sporgeva dalla schiena. Che stupido. Uno shooter del secondo livello come lui che non si accorge di un dettaglio del genere? Gli shooter di terzo livello erano forniti di tutte le armi di quelli di secondo livello ma avevano anche un’arma loro personalizzata. La shooter teneva sulla schiena uno S-V-E-S-7, fucile di precisione elettromagnetico semiautomatico silenziato, 7 cariche per batteria (S)emiautomatic, (V)ery long range, (E)lectromagnetic, (S)tealth, (7) shots)). Lo SVES era tutto quello che un cecchino poteva sognare.
«Mi scusi signore» disse con tono decisamente diverso da prima.
Si ritirò leggermente sulla sua sedia e si mise a sedere composto. Se prima col linguaggio del corpo comunicava un “come to daddy” ora invece si era posizionato in un “sissignore signore”. La shooter prese il bicchiere e se lo portò davanti al casco. Il suo olfatto fece il resto.
«Ci sono tracce di alcol. Volevi ubriacarti?»
«Nossignore.»
«Probabilmente è colpa mia. Ci sarà caduta una goccia di qualcosa in quel bicchiere d’acqua. Sono cose che succedono. Mi prendo io la responsabilità. Il signor Neal non ha colpa» disse il barista.
«Perché i tuoi capelli non sono della lunghezza consentita di un millimetro?» Continuò la shooter.
«Mi ero riproposto di tagliarli giusto oggi signore» disse Neal.
Era arrabbiato. Proprio a lui gli toccava sorbirsi uno di quei fissatissimi e intransigenti overlord di terzo livello.
La shooter allora gli mise le mani addosso e cominciò a muovergli il busto guardando ora qui ora lì. Neal cercò di non opporre alcuna resistenza muscolare volontaria o involontaria.
«Il tuo sistema di supporto vitale è spento. Perché?»
«Fa molto caldo signore. Pensavo di regalarmi un po’ di refrigerio durante la mia pausa.»
«Non è consentito.»
«Lo so signore. Chiedo perdono.»
«Mi è stato ordinato di controllarti 1415s2. Ci sono arrivate segnalazioni di comportamenti non consoni al tuo ruolo.»
«Prometto che non succederà più» disse Neal, «mi permetta di rientrare al lavoro con trentasei minuti di anticipo signore. Possiamo andare?» Disse alzandosi in piedi.
«Ne hai facoltà ma questo non migliorerà la tua posizione. Comunque attendi un attimo» disse lei e lo ricacciò a sedere.
La shooter si mise a osservare il barista. Essere osservati da uno shooter è la cosa peggiore che può capitarti in vita, a pari merito con la morte. Lui fece finta di niente, distolse lo sguardo e prese un bicchiere dalla base larga da dietro il bancone. Lo mise dentro una piccola alcova che una volta richiusa cominciò a ronzare.
«Posso offrirle un bicchiere di acqua minerale microfiltrata?» Chiese il barbiere cercando di non balbettare.
«Possiamo andare signore, davvero. Sono smanioso di tornare al lavoro» continuò Neal cercando di rialzarsi di nuovo.
«Ho detto di stare a sedere 1415s2» disse lei stringendogli il polso con tanta forza da farlo mugolare di dolore, «puoi garantirmi che il bicchiere è sterilizzato?»
«Oh sì» disse il barista tirando fuori il bicchiere, «non ci troverà una singola molecola di alcol dentro.»
Prese un piccolo cubo sigillato nel frigo e una volta apertolo versò della fresca acqua cristallina dentro il bicchiere.
«Ecco» disse.
La shooter continuò a guardarlo. Neal aveva ogni singolo muscolo del corpo in tensione. Cominciò a pensare a quanto quella shooter avesse avuto ragione.
«Quant’è?» Chiese la shooter.
«Niente. Offre la casa» disse il barista.
«Davvero?»
«Sì» le rispose con un filo di voce.
«Non lo è signore» disse Neal.
Il barista tolse le mani dal bancone e inghiottì della saliva. La shooter non muoveva un muscolo ma continuava a fissarlo.
«Se la mia offerta la offende può darmi tre chip. È il prezzo di un bicchiere d’acqua microfiltrata. Ma se vuole per lei è niente.»
«Non ha mai fatto niente di male a nessuno» disse Neal.
«Niente di male Neal?» Disse la shooter.
«Dì a mia moglie che l’amo» mormorò il barista rivolgendo lo sguardo a Neal.
spara deciso
La shooter mise mano alle sue due SEX. Il barista allungò una mano sotto il bancone. Neal capì subito che era inutile che ci provasse, d’altronde era senza casco, ma lo fece lo stesso e prese la SEX che aveva sul fianco.
spara per primo
Il barista era a metà strada per tirare fuori un fucile a canne mozze quando sentì il freddo della canna di una SEX appoggiata sulla fronte. Neal si ritrovò la seconda piantata in faccia. A differenza del barista lui aveva fatto in tempo a sfoderare la SEX, distendere il braccio, puntare al casco della shooter e a cominciare a premere sul grilletto. In fondo era uno shooter di secondo livello e da lui ci si aspettavano dei riflessi così sviluppati.
spara sempre
La shooter sparò contemporaneamente con entrambe le pistole. La testa del barista esplose imbrattando la collezione di bottiglie. La testa di Neal andò invece ad aumentare il colore rosso già presente sulla parete dietro di lui. La shooter ripose le SEX nelle loro alcove perché venissero ripulite e raffreddate dalla tuta. Si era sporcata i guanti di sangue e usò l’acqua costosissima che le era stata offerta per pulirseli.
«Centrale» sentì dire dagli altoparlanti del suo casco.
«Operativa» disse lei.
«Motivazioni primo colpo» dissero gli altoparlanti.
«Un EXT abbattuto» disse lei.
«Bel lavoro matricola 1628s3. Motivazioni secondo colpo.»
«Matricola 1415s2 abbattuta. Tutti i capi di imputazione confermati. In aggiunta è stata riscontrata una palese negligenza e mancato riconoscimento dell’EXT di cui sopra.»
«Bel lavoro matricola 1628s3. Unità di recupero 273 da lei in due minuti. Centrale chiudo.»
La shooter si appoggiò al bancone. Gli altri avventori si erano solo fatti scappare un corto grido quando furono esplosi i colpi e ripresero subito a fare quello che stavano facendo prima che la shooter sparasse. Tutta la gente di quel settore aveva visto decine e decine di EXT fatti fuori dagli shooter ma era la prima volta che vedevano uno shooter che sparava a un altro shooter. Non volevano destare sospetti su di loro quindi guardarono ovunque tranne che la shooter. Qualche volta avevano sbagliato, qualche volta avevano fatto fuori una persona normale e questo gli bastava per vivere con la paura nel cuore anche se non erano EXT.
Si tolse il casco, non avrebbe dovuto farlo ma lo face uguale. Aveva occhi grigi come quelli di un gatto e una faccia dai lineamenti gentili. I suoi capelli ernao lunghi un millimetro come era di regola. Appoggiò il casco davanti a sé e sfilò il MOK che portava sull’avambraccio sinistro.
Il pugnale era talmente freddo che faceva condensare l’umidità che gli si posava sopra. Era lucente come la luna vista dal vuoto assoluto e tremava impercettibilmente elettrizzando l’aria lì intorno. Lei lo fissò per un attimo. Poteva vedere la vibrazione chiaramente. Lei era una shooter di terzo livello e i suoi sensi erano oltre l’umano anche se non teneva il casco in testa.
Sganciò l’imbottitura e la tirò via. L’interno del casco era costellato da migliaia di piccoli tagli di un centimetro di lunghezza. Ce c’erano talmente tanti che sembrava che il rivestimento fosse effettivamente composta da quella trama. Appoggiò appena il MOK in un punto dove i tagli erano leggermente meno fitti e ne creò un altro. Tolse il pugnale da dentro il casco e prima di rimetterlo al suo posto guardò il corpo esanime di Neal. Rimase fissa per un attimo, sospirò e fece un’altra tacca.
Sentì il rumore dell’unità di recupero che stava arrivando molto prima di tutti gli umani presenti nel locale. Si rimise il casco in tutta fretta e si fissò in piedi impettita. Entrarono quattro paramedici vestiti di nero con due barelle portatili.
«Signore» disse uno dei quattro.
«Occupatevi dei due EXT. Ricordate di disattivate le armi della matricola 1415s2» disse la shooter e si incamminò per uscire dal locale.
«La matricola 1415s2? Neal amico mio! No perché! No!» Disse disperato un altro dei quattro.
«Problemi matricola 1937m1?» Chiese la shooter senza neanche voltarsi indietro o smettere di camminare.
«No signore» disse il paramedico soffocando le lacrime.
La shooter, così come tutti quelli del terzo livello come lei, non aveva un nome, un nome interpretabile dagli umani. Lei aveva sempre fatto la shooter sin dall’età di tre anni. I terzi livelli erano ormai rarissimi e praticamente tutti i bambini di quel tipo finivano a fare il suo lavoro. Ma anche molti di quelli che manifestavano il secondo livello erano shooter. Tutti gli altri facevano la fine che facevano. C’erano anche shooter di primo livello ma erano molto più rari per ovvi motivi. I loro poteri erano troppo blandi perché non godessero di un hit ratio del 100%.
Tutti gli umani che le passavano accanto cercavano di essere il più umani possibili senza manifestare nessuno idiosincrasia del linguaggio del corpo. Vedevano lo SVES sulla sua schiena e nella loro limitata mente umana si combattevano paura e conforto. Paura per il potenziale mortale dello shooter e conforto perché sapevano della sua abilità ineguagliabile.
La shooter si girò e notò che a trecento metri da lei c’era un ragazzo che stava parlamentando e ridendo con un gruppo di tre ragazzine su una terrazza al secondo piano di un edificio. Il suoi sensi sovrumani cominciarono a lavorare e rimase a fissarlo. La gente notò che la shooter si era concentrata su qualcuno e tutti si fermarono. Chi aveva dei figli li prese in braccio e li tenne fermi al petto. Chi aveva un compagno lo abbracciò forte. Gli altri si fecero forza da soli.
La shooter sganciò lo SVES e lo impugnò. Il fucile era molto lungo e la sua canna toccava quasi terra. Il ragazzo su cui si era fissata cominciò ad agitarsi e a girarsi ossessivamente di qua e di là cercando qualcuno con lo sguardo. La shooter alzò su il fucile all’altezza della spalla e mirò alla testa. Nessun cecchino sano di mente sparerebbe mai così. I fucili di precisione sono pesanti e vanno appoggiati in terra in modo da tenere il mirino il più fermo possibile. Una differenza di un misero grado può voler dire diversi centimetri di imprecisione al luogo dell’impatto. Ma lei non ne aveva bisogno. Il fucile non si muoveva di un millimetro nelle sue mani.
«Spara deciso» mormorò, «appena scopri un nuovo EXT. Appena pensi di averne scoperto uno. Devi sparare senza tentennamenti.»
Vide il ragazzo tirare fuori una pistola da dietro la schiena e cominciare ad agitarla per aria, a occhio le parve una riproduzione giocattolo. Il ragazzo prese una delle ragazze che aveva intorno e gliela puntò alla tempia facendosi scudo col suo corpo. Girava come una trottola cercando di proteggersi a destra e a manca.
«Spara per primo» continuò, «devi sparare prima che il tuo nemico spari a te o agli altri.»
Guardò la pistola per un attimo ancora. Sì, era decisamente un giocattolo di plastica.
«Spara sempre.»
Sparò e il fucile non emise alcun rumore. Il raggio raggiunse la fronte dell’EXT e gli bruciò la testa. Le ragazze che aveva intorno e quella che aveva usato come ostaggio caddero in terra per la paura e si rialzarono subito in piedi mostrando grandi sorrisi a ogni singola angolazione. La shooter rimase un attimo fissa a guardare se qualcuno a trecento metri da lei si comportava in maniera strana ma nessuno lo fece. Abbassò il fucile e lo ripose nell’alcova che aveva sulla schiena perché si raffreddasse.
«Centrale» disse il suo casco.
«Operativa» disse lei.
«Motivazioni del colpo» dissero gli altoparlanti.
«Un EXT abbattuto a circa trecento metri nord nord-ovest» disse lei.
«Bel lavoro matricola 1628s3. Unità di recupero 153 da lei in tre minuti. Centrale chiudo.»
Si tolse il casco anche se c’erano molte persone li intorno e si girò a osservare la gente. Tutti evitavano il suo sguardo. Prese il MOK in mano e la gente sobbalzò con la paura dipinta in volto alla vista della lama. Lei abbassò gli occhi e fece una nuova tacca.
Gli umani avevano paura degli EXT. Solo ora si erano resi conto di quello che avevano fatto quando avevano deciso di sterminare tutti gli EXT della terra tramite altri EXT. Ogni singolo EXT era incredibilmente più dotato di un umano. Sia se si parlava di uno del primo livello che fa il barista, sia di uno shooter di secondo livello come Neal sia ovviamente di un terzo livello come lei. Più si saliva di livello più si saliva di purezza e più l’EXT era dotato.
Lei era una persona speciale. Era un EXT puro, uno di quelli col DNA pulito. Ce n’erano solo una manciata in tutta la terra, il sangue si era ormai diluito parecchio. Era una EXT che uccideva altri EXT. Una shooter, questo era il suo lavoro, una vita scandita da tre chiare e semplici regole.
Data la sua natura di superiorità tra gli esseri superiori non le erano stati dati specifici settori di competenza. Poteva sparare dove voleva. Era una sorta di jolly, un assassino freelance professionale se vogliamo. Aveva anche potere di sorvegliare l’operato degli EXT impuri. Succedeva a volte che qualche shooter si comportasse in maniera erronea e l’incidente di oggi ne era la dimostrazione pratica. La matricola 1415s2 non solo non aveva ucciso quel suo consanguineo ma addirittura se l’era fatto amico.
Gli umani ora parlavano di moralità, proprio loro. Trovano immorale che ci fossero delle persone in giro che uccidono i propri simili. Ma dov’era questa preoccupazione quando decisero di far partire l’olocausto e di usare loro come armi? E cosa succederà quando gli shooter avranno ucciso ogni singolo EXT sulla terra?
Ormai non si poteva più tornare indietro. Certe decisioni si possono prendere una sola volta e rimangono per sempre. Comunque era un problema solo umano. Un EXT puro come lei non sapeva neanche cosa fosse la moralità.
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