«Se qualcuno un po’ di tempo fa mi avesse chiesto in che modo sarebbe finito il mondo non avrei di sicuro detto che sarebbe diventato una sfera costante, un’esplosione di perfezione. Che so, avrei potuto dire tante cose: scaramucce termonucleari, processi naturali accelerati, bizzarri eventi cosmici e altri disastri di scala planetaria.»
Dek era intimidito e imbarazzato di fronte alla folla di giornalisti che lo stava attanagliando e che gli sbattevano letteralmente i microfoni in faccia.
«Figuriamoci poi se avessi detto che sarei stato il salvatore del mio mondo. Eh sì. Come dice? Cosa farò ora? Beh l’ONU mi ha detto che posso chiedere qualsiasi cosa. Ora come ora ho chiesto la mia faccia sulla banconota da 100 dollari e una di quelle macchine italiane super sportive, uno di quei modelli che ne costruiscono una decina. Come? Non ho niente contro Benjamin Franklin. Se ho la ragazza? Basta con queste domande per oggi, ora andate» continuò.
Entrò a fatica in casa chiudendosi la porta dietro ad arginare la fiumana di gente che premeva per strappargli altri istanti della sua vita. Accostò ben bene tutte le tende in modo da avere una parvenza di privacy e si stese sul divano.
Poteva permettersi di non fare più niente nella vita in quanto il governo gli passava un vitalizio milionario ma la verità è che gli mancava un po’ il suo lavoro. Era stato un infermiere militare che lavorava e viveva al Centro di Ricerca K-48, in un posto sperduto nel deserto del Nevada. Il posto era talmente segreto che non solo gli estranei non si potevano avvicinare a 50 Km di distanza lineare ma che addirittura le foto satellitari pubbliche erano state modificate per mostrare un noioso deserto qualsiasi.
Stava bene, conduceva una vita tranquilla, niente di che. Non poteva però né uscire dal centro né parlare gli altri del suo lavoro. C’è chi fa queste scelte di vita e lui era uno di quelli.
Ora però il suo adorato paese non esisteva più così come la sua base, i suoi colleghi e in generale tutta la sua vecchia vita. Non esisteva più neanche l’intero stato del Nevada e con esso parte della California, dell’Oregon, dell’Idaho e dello Utah.
Non che quei paesi non esistessero più nel senso stretto del termine. C’erano sì fisicamente ma ora erano stati letteralmente spianati, erano una distesa liscia di scintillante carbonio: la zona perfetta che ingannava la vista con la sua bellezza violenta e alla quale nessun umano si poteva avvicinare pena fucilazione immediata da parte dei cecchini militari.
Era incredibile anche solo pensare che sulla terra potesse esistere qualcosa del genere, un manufatto così gigantesco, bizzarro e terrificante. Nella zona perfetta non esisteva niente oltre i 200 metri di altitudine. Sembrava quasi che un enorme essere dai potersi divini avesse passato una mano di straccio per portare via tutta la polvere accumulata negli ultimi milioni di anni.
L’esplosione perfetta era stata la più grande tragedia della storia del genere umano. In seguito all’incidente la costa ovest degli Stati Uniti d’America era diventata un segmento di sfera di carbonio organizzato nella sua struttura più forte: un enorme diamante che nessuno aveva la minima idea di quanto si estendesse sottoterra. Migliaia di città e i milioni di persone che le abitavano erano state demolecolarizzate ed erano andate a far parte della grande riorganizzazione.
La zona perfetta portava morte a distruzione anche adesso. Il monolito aveva stravolto l’intero ecosistema planetario. L’asse terrestre si era inclinato quel tanto che bastava perché una vacanza in Marocco fosse una vacanza ai tropici. Il polo nord magnetico si era spostato sopra la Norvegia e in generale il clima era impazzito. Non si poteva più dire né che ci fossero stagione ben definite né che certo paese fosse caratterizzato da talun specifico clima.
Chi era così sfortunato da vivere nei pressi qualche migliaio di kilometri dalla zona perfetta era costretto a convivere con gli improvvisi e violenti uragani che venivano sparati su di loro. Nella zona perfetta infatti si creavano enormi zone di aria calda per via della luce solare riflessa dalla superficie e queste andavano a scontrarsi con le correnti fredde che provenivano dall’esterno. Non c’era niente sul terreno che frenasse il formarsi di trombe d’aria e spesso, spessissimo, i cataclismi meteorologici si abbattevano sulle zone adiacenti a velocità altissima.
Erano quasi tutti morti durante l’esplosione. Si era salvato solo chi in quel momento stava volando e aveva abbastanza benzina da poter continuare a farlo fino alla fine del cataclisma.
L’unico che non stava volando era Dek e si era salvato perché era stato così incredibilmente fortunato di essere nell’epicentro esatto dell’esplosione.
Dek si era leggermente appisolato sul divano ma si svegliò immediatamente in preda ad un tremore fortissimo. Non riusciva più a dormire bene, non più dopo aver sentito il rumore prodotto dall’esplosione e dopo aver visto tutto trasformarsi in carbonio.
Quello stridio gli si era impresso nella mente e l’aveva plasmata, aveva reso ogni pensiero felice della sua vita e in generale ogni fonte di endorfina talmente piccolo e insignificante che venivano sopraffatti e schiacciati dalle scene agghiaccianti a cui aveva assistito. Dek poteva avere qualsiasi oggetto materiale adesso ma il suo essere, il suo più profondo io, era figlio della distruzione e del sangue versato da milioni di persone.
Lui era una persona speciale. Era l’unico sopravvissuto del personale di tutto il Centro di Ricerca K-48 e colui il quale aveva fermato l’esplosione. Ripensava continuamente a quello che aveva fatto ma soprattutto a quello che avrebbe potuto fare. Qualsiasi bene materiale di lusso che ora poteva permettersi non lo distoglieva dalle sue colpe e di sicuro non avrebbe tolto qualche secondo al suo operato di salvataggio.
Aveva fermato l’esplosione sì, ma se solo l’avesse fatto qualche secondo prima, qualche insignificante e stupido attimo prima, avrebbe salvato tantissima altra gente. Il suo io si accartocciava e si contorceva ripensando a tutti quegli inutili gesti che gli avevano fatto perdere tempo. Si dannava e si malediceva per la sua natura goffa. L’unica cosa che lo sollevava un po’ era delineare nella mente quella giornata. Sembra strano a dirsi ma ci sono persone che trovano sollievo nel dolore e lui era ora una di quelle.
«Mi chiamo Donald ma tutti mi chiamano Dek. Ora tutti mi chiamano il salvatore ma questa è tutta un’altra storia. Ero un infermiere ma non uno degli infermieri classici che si possono trovare ad esempio in un ospedale. Ero un infermiere militare e si sa che nelle strutture militari abbastanza segrete da dover essere costruite parzialmente sottoterra si fa di tutto tranne che curare le malattie dei civili.
Quella mattina ero di turno in sala operatoria, una cosa strana in quel periodo, strana davvero. Qui da noi si opera solo la così detta gente di un certo livello: capi di stato, alte cariche a livello federale e CEO di aziende che fatturano almeno quanto il PIL di un paese medio africano.»
Nel prospetto del giorno non c’era neanche scritto chi operavamo e per cosa. Non che per me cambiasse qualcosa però non era mai successo. Pensai a un errore ma comunque mi presentai all’appuntamento nella camera operatoria con i quaranta minuti di anticipo che ci imponeva il protocollo.
La camera in questione non era nel nostro settore e anche quello era strano. Non ero mai stato da quelle parti in quanto non avevo i permessi ma la mia scheda personale fu ben felice di aprire tutte quelle porte a me estranee. Incontrai due dei nostri che erano già arrivati e si stavano lavando dentro due camere sterilizzanti. Aspettai il mio turno, due saluti veloci, mi lavai tutto con il vapore e infilai la tuta di protezione verde chiaro.
«Sapete nulla voi dell’operazione di oggi?» Chiesi agli altri due infermieri, ma non ebbi risposta positiva.
Altri venti minuti e le porte si sbloccarono. Non c’erano le apparecchiature solite che usavamo nelle operazioni. C’era solo uno di quei apparecchi portatili per la risonanza magnetica, una macchina enorme simile a una dinamo che non avevo mai visto, un letto operatorio e pochi altri oggetti. A quadrato attorno al letto c’erano il dottor Kushner, il dottor Cleary e due che non avevo mai visto, tutti vestiti in camici sterili.
Ma soprattutto quello che mi stupì di più era che sul letto c’era disteso il professor Julius Herbert la più alta carica della sezione medica della nostra base. Parlottavano fitto tra di loro e sembravano non essersi accorti di noi.
«Buonasera dottori» dissi io.
«Prego venite infermieri» ci disse il dottor Cleary.
Ci avvicinammo e dato che in sala non c’era nessuna macchina in cui io ero specializzato chiesi quale sarebbe stata la mia mansione.
«Sarete testimoni e interverrete solo in caso di problemi» mi fu risposto.
Testimone? Ma testimone di che? Guardai il professore che mi sorrise. Ricambiai il sorriso ma la mia espressione cambiò radicalmente quando intravidi sullo schermo la registrazione della risonanza magnetica. Era una macchia che avevo già visto qualche volta, un tumore al cervello e molto esteso. Il professore notò che ero impallidito e mi fece un mezzo sorriso.
«Sì Dek. Ho un tumore ma non devi preoccuparti per me» disse con filo di voce.
Il professore era come un padre per me. Avrei preferito che il mio intero corpo fosse in metastasi avanzata piuttosto che sapere che il professore stava male. Avrei preso il suo tumore se questo lo avesse fatto stare bene. Le mie labbra tremarono e non riuscii purtroppo a dire niente.
«Vi ho voluto qui colleghi perché ho deciso di donare il mio corpo alla scienza. I nostri colleghi della sezione di ingegneria avanzata hanno deciso di seguirmi in quest’avventura. Useremo le nano-macchine sviluppate dal governo su di me. Dovete sapere che questa non è un’operazione autorizzata dalla direzione generale.»
Il professor Herbert parlava a stento e prendeva una grande boccata d’aria ogni 2/3 parole.
«Le nano-macchine in quella pozza sono state allineate col mio DNA e una volta iniettate nel mio corpo provvederanno a eliminare e riassorbire tutte quelle cellule che si sono riprodotte in maniera anomala. Il governo non ha autorizzato gli esperimenti sugli umani e sono sicuro che non lo farà mai quindi noi dobbiamo aiutare il progresso. La nostra nano-tecnologia è quanto di più avanzato esista sulla faccia della terra.»
I due professori in piedi annuivano leggermente e si squadravano l’un l’altro.
«È giunto il momento cari colleghi che il lavoro di cinquant’anni del nostro governo diventi una risorsa disponibile a tutti i cittadini e che tutte le malattie del mondo vengano spazzate via con un colpo di spugna della nostra scienza superiore. Siete con me? Volete far parte del più grande passo medico dopo l’invenzione della penicillina? Volete vedere il primo uomo a venir curato dalle nano-macchine?»
Nessuno disse niente. Non sapevo molto del reparto di ingegneria avanzata. Sapevo che erano riusciti a riprodurre nano-macchine che portavano a compimento compiti semplici con precisione assoluta. Sapevo poi che erano riusciti a ricombinare metalli in altri metalli così come erano riusciti tramite micro-cavi di nano-macchine a trasmettere dati a lunga distanza. Sapevo pure che erano riusciti a costruire microscopici lembi di tessuti molli di scimpanzé da pozze di materiale organico istruendo la famiglia di nano-macchine con il DNA della bestia. Al tempo riguardo quest’ultima notizia avevo pensato a una leggenda come le tante che giravano nella mia base ma ora cambiava tutto. Si sa tra colleghi le voci volano aggirando i protocolli di sicurezza interni.
Ognuno di noi fece di sì con la testa.
«Grazie colleghi» disse il professore «e ora facciamo la storia.»
Mi si gelò il sangue nelle vene dopo quest’ultima semplice frase, a oggi non saprei dire perché. I due che non conoscevo, che evidentemente erano due ingegneri che lavoravano al progetto nano-macchine, premettero un paio di tasti sulla macchina a forma di dinamo che si scoperchiò lentamente inondando la stanza di vapore prodotto da del liquido refrigerante. Dentro c’era un liquido che pareva del mercurio allo stato liquido ma che confondeva la vista in quanto a sprazzi cambiava impercettibilmente colore. La superficie della pozza era in agitazione continua scolpita da un lieve rumore gaussiano.
I due ingegneri si misero a lavorare alla macchina che dopo poche pressioni dei tasti prese a vibrare, ronzare e a sbuffare una quantità maggiore di vapore freddo. Non so cosa facessero di sicuro, io conosco bene il corpo umano e non le macchine.
«Stia fermo ora» disse il primo, «non le succederà niente» disse il secondo, «non ci sarà bisogno di anestesia professore» continuarono vomitandoci addosso tutta la loro boriosità. Brutti bastardi.
Ci spiegarono che le nano-macchine sarebbero state iniettate nel flusso sanguigno e che avrebbero attaccato il tumore del professore coadiuvate nel loro lavoro dalla super-griglia con il sistema centrale della base dove erano immagazzinati i dati del DNA del professore. Ci dissero anche che le singole nano-macchine erano deputate sia al lavoro sporco sia alla comunicazione dei dati così come all’organizzazione del lavoro. Ci fecero l’esempio dell’alveare sottolineando quanto il loro lavoro fosse molto più avanti.
Continuarono spiegandoci che le macchine non possedevano memorie individuali ma che ogni singolo componente della comunità era un tassello del tutto. Una pozza di nano-macchine come quella che avevo alla mia destra non era altro che una sorta di cervello positronico in continuo movimento col potere di cambiare quello che toccava. Non potevano spostare i singoli atomi ma ci andavano vicine e che addirittura potevano creare copie di sé se il compito era più gravoso del normale a livello temporale.
«Avremo solo cinque minuti per completare la procedura prima che la sicurezza interna ci intercetti e che chiuda tutto professor Herbert. Dovremo convogliare l’intera potenza del generatore nucleare della base al computer centrale e usare tutta la potenza disponibile. Questo vuol dire che tutti i processi periferici verranno interrotti così come tutta la tensione elettrica di rete» spiegò il bastardo numero uno.
«Speriamo solo che non ci trovino prima di aver finito professore» continuò il bastardo numero due.
«Non preoccupatevi. Se ci troveranno dirò che voi non c’entrate niente. C’è anche una mia testimonianza video firmata nel mio ufficio che vi scagiona da ogni responsabilità. Questo vi proteggerà anche nell’eventualità della mia morte. Procediamo.»
Avrei voluto dire un “ma cosa dice professore” ma non mi pronunciai. Infilarono un ago nel braccio sinistro del professor Herbert e collegarono il tubo a un fianco della macchina. «Non potremo monitorare il suo cervello durante il trattamento professore» disse il primo ingegnere, «perché il campo magnetico prodotto dalla risonanza interferirebbe con l’operato delle nostre macchine.»
Il professore sorrise, era una persona buona e non lesinava una faccia felice a nessuno.
«È sicuro di quello che vuole fare dottore? Vuole andare avanti?»
«Sì. Per la scienza.»
Chiesi se la procedura era veramente sicura ma tutti sembrarono ignorarmi. Iniettarono le macchine e il professore sobbalzò sul letto urlando. Cercammo di tenerlo fermo ma si dimenava come un matto. Gridai che ci sarebbe voluta l’anestesia totale affogando la mia frase in mezzo a molte ingiurie. D’improvviso il dottore si calmò e si abbandonò spossato sul letto.
«Le macchine si sono ritirate» disse l’ingegnere guardando la macchina, «la griglia ha riportato che la massa di cellule cancerose trasformate è pari a quelle rilevate in sede di diagnosi.»
«Ottimo» disse il professore, «mi sento benissimo ora.»
Avvicinarono la macchina per la risonanza e cominciarono la misurazione della precessione dello spin dei protoni della sua testa. Niente dannazione, non c’era niente di niente se non normalissimo cazzo di tessuto cerebrale.
«Complimenti dottore. Lei è una persona sana» disse con soddisfazione il dottor Cleary.
«Questo è splendido colleghi. Sarò solo il primo di tanti che verrà curato da questa macchina. Siamo entrati nella storia gli rispose il professore alzandosi nel contempo a sedere sul letto, «lì per lì ha fatto un po’ male devo dire la verità. Mi prudeva la testa dall’interno ma non sono chirurgo e non poteva grattarmi» continuò ridendo sotto i baffi.
Anche noi tutti ci mettemmo a ridere forse più che altro per la consolazione che tutto fosse andato bene. Il dottore si mise a piangere. Cazzo avrei voluto non guardare quelle lacrime, avrei solo voluto sapere che stava bene e piangeva per la felicità di essere guarito. Il liquido che gli colava dai dotti lacrimali non era semplice acqua salata ma pareva una densa melassa grigia e non colava giù come la melassa normale ma anzi sembrava quasi che scendesse con ponderatezza scegliendo bene la strada.
Io rabbrividii e con me tutti gli astanti. Puntai il dito verso il suo occhio e proferii solo un «professore.» Lui si passò la mano sulla guancia e chiese che cos’era quella secrezione. Il secondo ingegnere si fiondò alla macchina e si mise davanti allo schermo a fissarlo come un’idiota.
«Il processo ha ripreso. C’è riproduzione in corso!» Urlò.
«Fermalo!» Strillò l’altro.
Premevano continuamente tutti e due a forza sugli schermi e sembravano due scimmioni.
«Il demone di controllo delle nano-macchine ha assorbito tutte le risorse di sistema!»
Io mi gettai addosso al professore che stava per cadere indietro e così fecero anche gli altri. Gli urlavo il suo nome, gli dicevo che non era niente e che tutto sarebbe finito tra poco. Il primo ingegnere strappò a forza l’ago dal braccio del professore e uno spruzzo di sangue mi finì in faccia. Ormai perdeva quel liquido da orecchie, bocca e naso. Era una scena terribile.
«Stacca stacca stacca!» Urlò l’ingegnere.
Il professore si ricoprì in un batter d’occhio di quel liquido e cominciò come a squagliarsi producendo bolle con la bocca. Saltai all’indietro inorridito e caddi in terra rotolando.
«No professore no!»
«Le nano-macchine! Non farle comunicare con la griglia!»
La macchia color argento cangiante di nano-macchine si spanse velocemente sul pavimento come fa dell’acqua che cade da una brocca. Gli ingegneri si misero ad arginare il flusso con le mani spingendo via il liquido senza molto successo.
«Non devono arrivare alla pozza primordiale!»
C’era chi vomitava alla vita del dottore mangiato da quelle macchine e probabilmente usato come materia per l’auto-riproduzione. Non lo so faccio solo ipotesi io. Io sono un infermiere e mi occupo delle persone.
Ma dannazione come faccio proprio io a dire una cosa del genere? Io che mi occupo delle persone? Io che sono scappato via lasciando il professore a morte certa? Io che ho visto tutte le altre persone venire mangiate dalle nano macchine e finire ad alimentare l’auto-riproduzione?
Il liquido raggiunse presto la macchina e si arrampicò su per la parete fino a colare in mezzo a tutte le alette dietro le quali sbuffava il sistema di raffreddamento. Gli ingegneri videro sciogliere le loro mani contro il pavimento e caddero a peso morto in terra. Anche gli altri non poterono fare altro che constatare che quelle poche gocce di liquido che avevano toccato quando avevano sorretto il professore ora gli stavano crescendo dentro e gli divoravano il corpo.
Penso di essere una delle persone più fortunate della terra se non la più fortunata. Fortunata perché non avevo toccato il liquido e fortunato perché ebbi l’istinto di saltare sopra la macchina che controllava le nano-macchine. Insomma un gran culo. Rimasi in piedi sopra uno spazio di pochi decimetri quadrati a saltellare perché le alette bollenti non perforassero le mie scarpe e di conseguenza i miei piedi cercando nel contempo di non toccare il liquido che colava giù dai lati.
Me ne stetti lì impotente a guardare le nano-macchine moltiplicarsi e sciogliere il pavimento, i corpi e tutto quello che avevo intorno. La macchia infausta arrivò alle pareti e cominciò a scavare. Bastò poco perché il soffitto perdesse i suoi sostegni e cominciasse a franare. Ma non morii per il crollo anche se avrei voluto che quei dieci piani sopra avessero sepolto me e la mia vigliaccheria. Non morii perché in un battibaleno le nano-macchine infettarono anche il soffitto e frenarono i pezzi prima che cadessero sopra di me trattenendoli come fa la colla e inglobandone gli atomi.
C’era un rumore infernale, a oggi non saprei dire se quello che sentivo in quei momenti possa o no essere associato a un rumore esistente in natura. Quel maledetto rumore ancora mi rimbomba nella testa e non mi fa dormire.
Quello che successe dopo corse via esponenzialmente. Tutto attorno a me si trasformava, colava via, si contorceva e si scioglieva. Dopo pochi secondi lo squarcio grandissimo sopra di me fu abbastanza profondo da scoperchiare la base.
La scena era raccapricciante e anche adesso ho dei conati di vomito se la delineo per troppo tempo nella mia testa. I corpi dei miei colleghi galleggiavano o venivano portati via dalle evoluzioni liquide della massa delle nano-macchine, dappertutto era un cimitero di attrezzature smembrate, cemento e cadaveri.
Poi quello che successe è come quanto accade negli istanti dopo che un sasso viene gettato in uno stagno e la quiete ritorna sul pelo dell’acqua. Delle onde enormi e terribili di ammassi multicolori spianarono la terra a 360 gradi attorno a me lisciando di fatto tutto e dico proprio tutto formando un immenso tavoliere splendente perpendicolare alla base della macchina dove stavo ballando come un idiota. La cosa più raccapricciante era che quando le macchine incontravano qualcosa di grosso tipo una formazione rocciosa la azzeravano con una facilità sempre maggiore e la stessa finiva i suoi giorni creando un minuscolo e insignificante fronte d’onda sulla superficie perfetta.
Sì. Era perfetta. Che persona inutile che sono. Mi misi a guardarla senza staccargli gli occhi di dosso. Il gigantesco pavimento ormai si perdeva a vista d’occhio e diventava sempre più trasparente. Oh com’era bello e terrorizzante allo stesso tempo! Il solo filtrava attraverso il titanico diamante e si perdeva nei meandri della terra! Le nuvole che erano in cielo venivano spazzate e creavano giganteschi mulinelli! Azzurro sopra di me! Azzurro sotto di me! Che meraviglia! Non ci può essere qualcosa di più bello!
La nano-macchine avevano trasformato qualsiasi cosa in una gemma dall’incredibile purezza tranne il computer centrale e l’infermiere ballerino sopra di esso. Forse nel programma che le gestiva c’era una misura di sicurezza che specificava che il nucleo non andasse mai toccato previa ovvia impossibilità di completamento della missione. Non posso dirlo con sicurezza, sono un infermiere io.
Io ero sulla punta dell’iceberg che era il gigantesco blocco ovoidale comprendente il nucleo corazzato della griglia interna di computer e il reattore nucleare che la alimentava. Eravamo l’unica molecola sporca in quel mare di perfezione, la classica imperfezione che rovina una pietra altrimenti dalla bellezza abbacinante.
Mi sentivo un niente in confronto a quella nuova natura che andava creandosi e non riuscivo a fare altro che rimanere a bocca aperta e a cambiare piede d’appoggio di tanto in tanto. Poi rinsavii, tardi sì ma lo feci. Mi chinai davanti allo schermo sotto di me e la macchina cominciò a ustionarmi il ventre, non sentì dolore però. Staccai con la forza della disperazione qualsiasi cosa pensavo potesse essere tolta cercando nel contempo di non diventare l’allotropo più prezioso, fino a quel giorno almeno, del carbonio.
Lo schermo riportò qualcosa del tipo: kernel panic fatal qualcosa e venne la quiete, un pace talmente assoluta che sentivo rimbombare dentro le mie orecchie il rumore del battere il mio cuore.
Ci vollero tre giorni perché l’esercito mi trovasse. Stavo quasi per morire di sete e il riflesso della zona perfetta mi aveva ustionato la pelle. Stavo quasi per diventare pazzo. C’ero andato molto, molto vicino.
«I nostri satelliti geo-stazionari hanno monitorato l’esplosione» mi disse il militare mentre mi portavano via con un elicottero gigantesco.
Io bevevo la mia acqua, il mio cervello non poteva concentrarsi su altro in quel momento.
«Siamo giunti all’epicentro del disastro seguendo quei dati. Lei dovrà spiegarci molte cose. Non so se ne è al corrente ma l’esplosione ha coinvolto gran parte della costa ovest degli Stati Uniti. Ora siamo in un regime di legge marziale e data la situazione vigente ho il potere di condurla al pentagono per essere interrogato. Lei è il primo superstite che abbiamo salvato, è molto fortunato.»
Che novità.
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