Essere soli,
Sconosciuto
nel grembo della terra,
che felicità.
Ogni cittadino di Edo e di Tokyo aveva il diritto ma soprattutto il dovere di possedere sia il terminale fisso del proprio alloggio sia il PT. Il PT era un piccolo terminale portatile, un apparecchio tascabile multi funzione. Nessuno pareva ricordarsi cosa significasse l’acronimo. Forse una volta stava per “Portable Terminal” ma ora che non si usavano più parole straniere chissà cosa era diventato. Col PT si potevano fare chiamate voce e video, guardare i canali governativi, fare trasferimenti wireless attraverso la rete governativa, effettuare pagamenti e in generale tutte quelle operazioni che possono essere fatte con un terminale qualsiasi. Quel dispositivo, così come il terminale fisso, ospitava il sistema operativo del Dipartimento dell’Informazione ed era vietato dalla legge installarci qualcosa che non fosse prodotto dal governo.
Un compito molto importante che il PT espletava era quello di contenere informazioni sull’UUID del possessore. L’UUID non era altro che un identificativo, un numero seriale unico a livello nazionale che rappresentava la persona come entità fisica e fiscale all’interno dei giganteschi database anagrafici imperiali. Era un struttura di sedici cifre di sedici bit spesso divise tra di loro da un punto per una migliore identificazione. A ogni singolo nascituro veniva assegnato un numero casuale tra i 2256-2 possibili valori. Gli UUID con il primo bit a 1 erano riservati ai membri del governo e l’Imperatore possedeva l’UUID col numero più alto ovvero quello composto da 256 “1” di fila. O perlomeno era quello che si diceva in giro.
Molte persone se lo ricordavano a memoria e molti poi amavano associare quei numeri alla tabella dei kanji riconosciuti dal governo. Prendendo i kanji corrispondenti ai numeri del proprio UUID e mettendoli in fila a volte il caso componeva qualcosa di bello per la gioia e l’orgoglio di chi era nato sotto quei numeri.
Un altro compito molto importante, se non forse il più importante, che un PT svolgeva era quello di tracciare continuamente la posizione geografica interrogando Sankaku1, il sistema di posizionamento imperiale. A un cittadino il sistema di posizionamento poteva servire magari per tracciare un cammino fino a un punto specifico ma il suo scopo primario era di permettere al governo di rintracciare tutti gli abitanti.
Perdere o farsi rubare il PT era una cosa di una gravità assoluta e andava segnalata immediatamente al governo. In quelle occasioni si potevano osservare scene di solidarietà ineccepibili. Se a un cittadino succedeva il fattaccio c’era una gara a chi lo segnalava per primo al governo. Era una cosa talmente grave che c’era un detto a Tokyo: “io ti darei il mio PT.” Il detto in questione era la più altra dimostrazione di amore e fiducia incondizionata che si potesse mai esprimere a un altro essere umano.
Seiji era circondato da ogni tipo di attività. Il commercio proliferava nell’underground ma era vietato, vietatissimo. A Tokyo non si poteva lavorare. Si aveva diritto a vitto e alloggio vita natural durante in cambio di starsene lontani dalla civiltà superiore. Chiunque guadagnava dei soldi lo faceva illegalmente. Tutti i soldi che giravano di sotto erano e dovevano essere quelli passati dal governo e i crediti trasferiti ogni giorno a ogni abitante di Tokyo andavano spesi solo ed esclusivamente nei negozi dell’Impero.
Se questo quadro avesse funzionato alla perfezione non sarebbe dovuta esistere l’inflazione e qualsiasi forma di differenza sociale. Fatto sta che ovviamente questo non era vero ed erano nate miriadi di attività commerciali illegali che vendevano merce rubata dai magazzini imperiali o che producevano, sempre illegalmente, ogni genere di prodotto. Solo a Edo si poteva e doveva lavorare per l’Impero. Il governo lasciava che lo sviluppo e la produttività venisse portata avanti dai cittadini di prima classe.
All’inizio della storia dell’underground le operazioni della polizia governativa per sedare qualsiasi tipo di commercio nelle intersezioni erano massicce e temute. Poi invece la cosa si fece sempre meno pressante. Il commercio era talmente radicato che il governo aveva rinunciato quasi da subito ad arginare questa microeconomia e anzi in certi casi straordinari era anche disposto a promuovere a cittadino di Edo qualcuno che si era arricchito a dismisura.
La polizia stessa cominciò ad aver paura di addentrarsi oltre il primo livello sotterraneo. Il degrado della vita e dell’ambiente era direttamente proporzionale al livello in cui ti trovavi. Più ci si addentrava sottoterra e più l’ambiente era privo di luce solare e saturo invece delle luci artificiali dei neon. Figuriamoci poi nei quartieri limitrofi ai canaloni e nelle tangenti dove la luce solare non si sapeva neanche cosa fosse.
Se tu cittadino di Tokyo andavi in cerca di qualcosa di illegale di sicuro non la trovavi ai piani alti dove un minimo di controllo della polizia era ancora presente. Nessuno era abbastanza stupido da rischiare la pena capitale per comprare o vendere droga lassù. Non la trovavi neanche nei quartieri limitrofi. O meglio la trovavi sì, ma la morte trovava te appena conclusa la transazione. Alla fine dei conti il posto migliore erano i canaloni da metà in giù.
Seiji si fece strada tra la folla che accalcava il suo livello e si appoggiò un attimo a una balaustra per finire la sigaretta. Ognuno dei settori dell’underground presentava piattaforme specializzate in un particolare tipo di commercio. C’era il settore coi bordelli, quello con le farmacie di medicinali illegali, quello dei videogiocatori e via dicendo. Ovviamente in ogni settore si poteva trovare anche tutto il resto ma comunque si aveva sempre una forte specializzazione.
Il suo settore era quello dove prolificavano tutte quelle industrie farmaceutiche detronizzate dalla superficie. Qui continuavano le loro ricerche illegali finanziandosi con la vendita di droga sintetica. Era facile vedere per la strada qualche ragazzo fulminato da una nuova droga, non abbastanza testata, giacere cadavere in mezzo ai rifiuti. Di solito i cadaveri rimanevano a terra fin quando qualcuno non si prendeva la briga e l’onere di caricarsi la carogna in spalla e scagliarla di sotto come un normale rifiuto.
I nomi di droghe erano spesso inventati e a volte erano portmanteaux. Quel livello sembrava una terra dove tutti parlavano un esperanto farmaceutico. C’era la la criptotamica, la xetalamina, la meta uniamfetamina. Una volta i nomi erano abbreviazioni del componente chimico di cui la droga era composta, oggi ci venivano affissi dei suffissi o dei prefissi completamente inventati.
C’erano poi le droghe con i nomi tradizionali: la tanuki, la oni, la ashura, la volpe rossa. Se ce n’era una che diventava famosa si finiva per creare un codazzo di cloni e tentativi di copia. Per esempio quella che andava di moda in quel momento era la speed-blue e quella sua popolarità aveva generato molti altri nomi: quick-azure, speed-red, light-blue, faster-violet. Di scelta ce n’era tanta. C’era un cartello di circa cento sostanze psicotrope.
Era freddo. Nell’underground non si poteva parlare mai di vero e proprio freddo data la conformazione del luogo ma la temperatura media nei canaloni era più bassa di quella afosa sempre riscontrabile negli alloggi. Seiji si tirò su il bavero quando sentì che una corrente ascensionale stava per arrivare dal basso. Era facile che nell’underground venissero improvvise e fortissime correnti dal basso per via della scelleratezza insita in quella creazione.
Seiji tirava forti boccate dalla sigaretta mentre osservava sotto di lui. Dal suo livello in poi c’erano altre cinque piattaforme e poi più sotto ancora il buio fondo dell’underground. Si diceva che chi finiva in fondo all’underground non tornava più indietro. Chi aveva messo in giro questa diceria non aveva spiegato il perché ma era presto deducibile: là finivano tutti i rifiuti dei piani superiori. Tutta la spazzatura a Tokyo doveva essere smaltita dalle temporanee rifiuti ma a dispetto di questa direttiva in fondo ai canaloni ci finiva un sacco di roba.
«Ehi amico.»
Una voce sconosciuta calò dall’alto a interrompere quel momento di catalessi dove Seiji era caduto.
«Amico dammi qualche spicciolo.»
Un vecchio canuto vestito di abiti cenciosi che puzzavano di sakè2 fissava Seiji. Portava poggiata in fronte una sgualcita foto come se fosse un santino. La foto ritraeva un uomo con una lunga barba che suonava un flauto di fronte a un vecchio server.
«Gira al largo» disse Seiji.
«Amico ti prego solo uno spicciolo. Dirò una preghiera per te.»
«Preghiera?»
«Una preghiera per il venerabile messia. La profezia dice che egli un giorno riapparirà nel nostro mondo e porterà la libertà nel Grande Prato Verde. Se mi dai uno spicciolo pregherò per te e il giorno della sua venuta la tua anima sarà pronta.»
Seiji si frugò in tasca e tirò fuori una banconota accartocciata. Il vecchio con mano tremante prese i soldi e fece per appoggiare la foto sulla fronte di Seiji che si spinse via di scatto. Quando lo fece scoprì per un momento il braccio destro dell’uomo. Aveva la pelle completamente coperta da un tatuaggio rappresentante del codice binario.
Il vecchio rise mostrando i pochi denti ingialliti che gli rimanevano e riappoggiò la foto sulla fronte.
«La nostra realtà è giunta al capolinea ragazzo! Terminali, terminali ovunque! La rete ragazzo! Il Grande Prato Verde! L’uomo a creato quel mondo ma egli vi è solo come spettatore. La rete verrà presto reclamata e allora l’uomo avrà fatto il suo tempo.»
Seiji non fece molto caso a queste parole e cominciò ad allontanarsi dalla balaustra. Era molto facile trovare sbroccati per strada. L’ambiente sembrava costruito appositamente per far impazzire la gente. Era quasi arrivato in fondo quando si fermò e si mise a sedere in un piccolo banco dove una donna cucinava in maniera solerte degli udon. Appena la donna sentì che qualcuno si era seduto appoggiò il mestolo per un attimo.
«Benvenuto!» disse con voce squillante senza neanche girarsi a vedere chi era.
Seiji appoggiò il suo PT sul bancone e ritirò via la mano molto lentamente. Era un modello vecchio, quindi illegale, con lo schermo a bassa risoluzione completamente rigato e rotto negli angoli.
«Dammi una porzione Obaba san3.»
La donna era un’anziana dai capelli bianchissimi e raccolti in una coda di cavallo. Un ciuffo di questi gli cadeva costantemente sulla faccia e lei ostinatamente l’allontanava con uno sbuffo. Lavorava in uno spazio ristrettissimo ricavato nell’alcova presente tra le due arcate di cemento che sorreggevano la piattaforma nella sua parte finale. Il banco era ricavato da vecchie tavole di plastica e metallo probabilmente raccolte in qualche discarica. Sopra vi campeggiavano vecchie scritte pubblicitarie di prodotti desueti e ormai fuori commercio. L’orgia di scritte bizzarre e i falsi sorrisi delle kogal seminude contente di vestire di quella particolare marca avvolgevano Seiji che a capo chino aspettava il suo cibo. La donna alzò la testa e pulendosi gli occhiali dal vapore strappò via dal bancone il PT che giaceva lì da tempo.
«Uiddo? Vuoi pagare col tuo uiddo?» chiese la vecchia agitando il PT a mezz’aria.
Ora non aveva quel tono squillante mostrato in precedenza. Sembrava stentasse a parlare quasi come se farlo fosse una cosa molto difficoltosa. Scandiva le parole come se provasse a parlare nella sua lingua a uno straniero.
«In questo momento non ho carta.»
«L’uiddo non è pratico per me lo sai. Vuoi prendere in giro questa vecchia?»
«Obaba san mi dispiace ma sono sprovvisto di soldi veri. Dammi anche una birra.»
La signora prese una ciotola con la sinistra e con un movimento meccanico vi mise dentro una porzione abbondate di udon.
«Offro io allora. Mangia piccolo Seiji, mangia. Quando sparisci per giorni e non vieni a trovarmi ritorni sempre smunto come un cadavere.»
Appoggiò la ciotola sul tavolo e subito dopo aprì un piccolo frigorifero da viaggio che aveva ai piedi. Era pieno di lattine di vario tipo a mollo in acqua mista a ghiaccio. Ne tirò fuori una e versò tutto il suo contenuto su un lungo bicchiere. La foga con cui aveva versato la birra fece sì che una notevole quantità di schiuma traboccò fuori a formare una grossa pozza sul bancone. Diede uno schiaffo a Seiji ad altezza dell’orecchio.
«E trovati una bella ragazza» gli disse.
Seiji non aprì bocca né fece niente, continuò solo a mangiare. La donna si accese una sigaretta da cui trasse una lunga boccata e si mise a cantare sottovoce una vecchia e malinconica canzone d’amore.
Dopo essere stato a indugiare al banco lasciando che il suo pasto gli scaldasse lo stomaco si alzò, salutò e si diresse alla stazione. I sette settori dell’underground erano interconnessi da una linea ferroviaria sotterranea privata. Non erano fisicamente molto lontani tra di loro ma con la metropolitana ci si impiegava comunque molto tempo perché la velocità di crociera dei treni era tutt’altro che alta.
Il convoglio scivolava a strattoni attraverso il budello di cemento che si snodava giù nei piani più bassi dell’underground. Il pasto caldo l’aveva rinfrancato e ora se ne stava sul sedile ciondolando la testa al ritmo della musica che proveniva dal suo PT. Non portava cuffie ma aveva uno di quei nuovi ganci che si incastravano nel padiglione auricolare e che eliminavano completamente qualsiasi rumore esterno tramite delle risonanze lasciando spazio solo alla musica.
Il vagone era vecchio, buio, logoro, sporco e l’aria impregnata di un misto di odori sgradevoli. In quel piccolo spazio c’erano decine di persone che si sorbivano il viaggio cercando di ammazzare il tempo con qualche gioco portatile sui loro PT o dormendo con la testa reclinata a novanta gradi.
«Settore sette, la prossima fermata è il settore sette. Le porte si apriranno nel lato destro del treno. L’accesso a quest’area è concesso ai cittadini in possesso di un’autorizzazione di livello due» gracchiò una voce dagli altoparlanti del vagone.
Seiji notò di essere arrivato a destinazione grazie a un grafico visualizzato sullo schermo che aveva di fronte. Fece una smorfia, allentò l’isolamento acustico quel tanto che bastava per non cadere a terra e si avvicinò alle porte scorrevoli. La stazione non aveva un nome. In generale niente nell’underground ne aveva uno ma tutto era riconducibile solo a una serie di numeri.
Pochissimi giù nell’underground potevano dire di avere visto la superficie con i propri occhi, certo è vero che l’avevano vista in immagini, film e videogiochi talmente tante volte che era come se ci avessero sempre vissuto e quindi non si facevano troppe domande. La gente era intrappolata in una gigantesca città sotterranea dove non potevi ma soprattutto non dovevi far niente. L’underground era un parto malato, un luogo di costrizione ovattato figlio della più grande tragedia del Giappone. 4 aprile 2012. Un terremoto di magnitudo 8.9, il sesto grande sisma dell’era moderna, si abbatté sulla zona del Kantō4. Il 50% degli edifici della vecchia Tokyo vennero distrutti e circa cinque milioni di persone rimasero uccise.
Il governo prese una decisione radicale spinto dall’immensa tragedia. Decisero di costruire una nuova città indistruttibile ancorata nelle viscere della terra, una città che non avrebbe mai più sofferto le angherie di una natura ingiusta. L’Impero sarebbe rinato dalle fondamenta e avrebbe lasciato indietro tutto quello che non andava.
La nuova città sorse secondo nuovi moderni schemi su immensi piloni iniettati sottoterra quasi come una moderna palafitta in modo tale da poter ricevere danni pressoché nulli in caso di scossa tellurica. Fortuna volle che nel periodo in cui il progetto in questione veniva discusso anche il progetto per la pulizia definitiva fosse alle sue prime battute.
Strano a dirsi il governo fu fortunato perché si ritrovò con due problemi che collimavano in una sola soluzione. Dovevano scavare un enorme buco e nel contempo fare pulizia. Il resto si scrive da solo. Il finto entusiasmo iniziale che il governo profuse nel progetto era una mossa politica ben architettata. Con una fitta campagna informativa il direttivo inculcò nella gente, soprattutto a coloro i quali stavano per andare sottoterra come delle talpe, che quella era una grande opportunità di vita e un grande privilegio. Non ci credette nessuno. I sorrisi sparirono molto alla svelta per lasciare spazio ai manganelli della pulizia etnica. Ma a Seiji di queste questioni non gliene fregava niente, non più.
— Padre lei è arrivato. Secondo i dati che mi ha dato la destinazione si trova dietro una porta che lei dovrebbe avere nel raggio di dieci metri.
Seiji si tolse i ganci dalle orecchie ed estrasse di tasca il suo PT. Sullo schermo era rappresentato uno spaccato dell’edificio dove si trovava e sopra c’erano due piccoli cerchi lampeggianti. Uno di questi era sopra la rappresentazione di una porta mentre il secondo rispecchiava la sua attuale posizione geografica.
«Computron interroga Sankaku riguardo la mia attuale posizione.»
— Ora la sua attuale posizione padre è leggermente diversa da quella di prima ma questo è compatibile con gli errori standard immessi nel sistema di posizionamento imperiale — disse computron dopo un piccolo momento di attesa. Le stesse parole apparirono sotto forma di ideogrammi sullo schermo del PT.
«Ok. Spero che questo mafioso non mi abbia fatto uno scherzo. Resta in attesa computron.»
— Lo sto facendo.
Seiji si avvicinò alla porta e bussò. Una voce cupa tuonò da dietro alla porta.
«Chi sei? Che vuoi?»
«Sono il corriere, mi è stato chiesto di venire in loco.»
«Qui non c’è nessuno, vattene via lamer5 o ti faccio il culo.»
«Senti non mi fare arrabbiare è già tanto che mi sia mosso per venire di persona. Dì al tuo padrone che ho la sua roba.»
La telecamera sopra la porta si girò a inquadrarlo e lui gli rispose con una leggera smorfia. Dopo circa un minuto la serratura emise un tonfo sordo e la porta si aprì lentamente. Seiji aveva davanti un energumeno alto due metri vestito con un lungo vestito in stile cinese dai colori sgargianti e con la mano appoggiata alla maniglia. La sua faccia era ricoperta da un tatuaggio rosso che lo faceva sembrare una diavolo della tradizione. Sopra l’occhio destro aveva una telecamera ridicolmente antiquata che produceva un buffo ronzio mentre tentava di mettere a fuoco la figura di Seiji.
C’è ancora chi usa questa roba antica pensò Seiji.
«Hai armi?» bofonchiò con voce grave la guardia.
«No, non ne ho.»
«Non ti credo, penso tu sia un lamer del cazzo.»
L’occhio bionico allungò il suo obiettivo e la guardia scrutò lentamente Seiji dalla testa ai piedi.
«Puoi entrare ma stai attento a non rompermi i coglioni che se lo fai io romperò i tuoi sul serio.»
Usciti da una piccola anticamera Seiji entrò nella stanza al seguito della guardia. L’odore acre di incenso era tale da togliere il respiro e i fumi sparsi nell’aria facevano bruciare gli occhi. I muri divisori destro e sinistro dell’alloggio standard dato in dotazione a tutti i possessori di UUID erano stati abbattuti e ora tre monolocali creavano un’unica grande stanza.
Arazzi con motivi rappresentanti vecchie battaglie dell’età dei samurai campeggiavano sui muri e ne ricoprivano interamente la superficie come in un gigantesco puzzle. Il pavimento era ricoperto da tatami riccamente ricamati sui bordi. Sopra di essi decine di piccoli tavoli pieni zeppi di chincaglieria di vario genere erano intramezzati da distese di piccoli cuscini dai colori più disparati.
Decine di candele e bruciatori di essenze all’incenso ammorbavano l’aria. Le tre finestre dei tre alloggi da cui era stata costruita la stanza erano state oscurate con delle stoffe di colore scuro. Quattro uomini con vestiti cinesi stavano seduti in fondo alla stanza a sinistra in una posizione tale che sembrava che stessero meditando.
Un uomo sedeva su dei cuscini davanti a lui circondato da cataste di libri, vecchi papiri, simboli religiosi buddisti e stoffe arrotolate buttate qua e là. Era un uomo di mezza età con una lunga barba bianca e la testa calva. La persona aveva sempre stampata nel viso smunto una smorfia come di dolore. Si dimenava nel suo giaciglio assumendo via via pose diverse come fa un insonne che non trova loco per riposare e il suo lungo vestito riluceva sotto la luce delle candele. Uno schermo di un terminale completamente ricoperto da candele accese era appoggiato a terra in mezzo ai cuscini di fronte all’uomo.
Sopra di lui improvvisamente apparve a mezz’aria un ologramma di un ciliegio sfiorito mosso dal vento. La stanza venne riempita da un rumore di vento proveniente da dei altoparlanti nascosti. Seiji constatata la qualità dell’immagine pensò che il proiettore olografico doveva costare un sacco di soldi. La situazione sarebbe parsa totalmente surreale se non fosse stato per delle piccole interferenze causate dai fumi della stanza che ogni tanto rovinavano l’immagine proiettata.
«Kare eda ni6» dissero improvvisamente con tono austero e all’unisono i quattro uomini in fondo alla stanza. L’uomo di mezza età con uno scatto alzò la testa e con occhi sbarrati si mise a guardare l’ologramma.
«Karasu no tomari keri7» continuarono i quattro uomini dopo una decina di secondi di attesa. Ora il generatore di ologrammi disegnò nell’aria un corvo che con un piccolo volo sfiorò la testa di Seiji e andò a posarsi su un ramo alto del finto ciliegio.
«Aki no kure8.»
L’ologramma a questo punto sparì dalla stanza proprio come era venuto. L’uomo si mise a gridare e a battere i pugni sul pavimento.
«Cos’è? Cos’è? Dove ditemi dov’è il significato? Dove è la luce nel terzo verso? Dove? Dove?» urlò alla stanza. I quattro uomini abbassarono la testa.
«Onorevole maestro il corriere che aveva richiesto è arrivato» proruppe timidamente la guardia.
Detto questo si mise a sedere alla destra dell’uomo che continuava a dimenarsi tra i cuscini. Sembrava che una tarantola l’avesse morso, prendeva quello che gli capitava sotto mano e lo scagliava contro il muro. Improvvisamente con un rapido movimento del braccio afferrò la guardia per il bavero e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. La guardia si alzò e procedette verso un angolo della stanza dove c’era un mobile di quelli che si usano come altare votivo dei parenti defunti.
«Sentite di solito io non consegno i lavori che faccio a domicilio e l’ho fatto questa volta solo perché mi avete pagato un surplus oltre all’anticipo ma non sono pagato per assistere a vaneggiamenti di alcuna sorta. Ora o concludiamo l’affare subito o me ne vado e salta tutto» disse Seiji.
La guardia di defilò a sedere accanto all’uomo e tirò fuori due piccole boccette di speed-blue in mano tenendole in alto all’altezza del suo orecchio. L’uomo se ne sparò subito una sul collo. Le pupille dei sui occhi si dilatarono e del sangue gli colò giù dal naso, sangue che venne subito leccato via avidamente. Ebbe un piccolo fremito e sussurrò qualcosa all’orecchio della guardia che subito dopo disse:
«Benvenuto nella mia dimora. Siediti.»
«È ora di parlare di affari» disse Seiji.
L’uomo sussurrò di nuovo qualcosa alla guardia.
«Hai quello che ti ho chiesto?»
«Sono qui per parlare con lei e non con un suo scagnozzo.»
Il mafioso cominciò a guardarsi intorno impaurito, tremava e con gli occhi sbarrati cominciò a colpire la guardia con forza alla nuca mormorando qualcosa di indecifrabile a denti stretti. La guardia girò la testa e gridò. Un attimo dopo le quattro persone del coro si alzarono di scatto e sguainarono le quattro katana9 che tenevano in mezzo alle gambe. Si gettarono contro Seiji correndo a testa bassa e con dei movimenti fluidi piegarono le loro articolazioni inferiori per poi mettersi in ginocchio attorno a lui. Presero quindi a odeggiare le loro katana sopra la testa. Le spade splendevano sotto le luce delle centinaia di candele e parevano spettri in una notte d’inverno.
«Non provarti a contraddire di nuovo il mio onorevole padrone tu stupido inutile lamer di un hacker.»
Seiji sorrideva mentre spostava gli occhi velocemente inquadrando la scena nella sua interezza. Incurvò la schiena quel tanto che bastava per squadrare il pavimento.
«Comunque vedo che col tuo gesto di resa, col tuo inchino hai riconosciuto il tuo errore. Possiamo continuare l’affare ora.»
Seiji si tirò su i pantaloni quel poco che bastava per scoprire due custodie da caviglia dove erano riposte due shock-gun. Tirò fuori le armi che con un piccolo fischio di neanche un secondo diventarono operative. Ne puntò una verso la fronte del mafioso e una alla guardia che gli aveva appena parlato. Si compiacque del suo movimento molto fico.
Una shock-gun era una pistola che sparava un arco elettrico in aria guidato da una pista ionizzata. Non uccideva ma stordiva la vittima per circa un minuto. Se il malcapitato soffriva di cuore poteva anche morire ma questa è un’altra storia. Nessun abitante dell’underground si azzardava ad andare in giro disarmato dato che la gente giù di sotto aveva la brutta caratteristica di apparire all’esterno come calma ma la verità era che tutti avevano sempre i nervi a fior di pelle. Non c’erano stati molti casi di omicidio nel passato prossimo. Non conveniva a nessuno lasciare cadaveri a terra. Un minuto di stordimento bastava e avanzava nella maggior parte dei casi.
«Una pistola! Stupido lamer hai portato un pistola! Anzi due pistole! Ti ho controllato piccolo figlio di puttana!»
«Pensi che una telecamera oculare così vecchia possa scovare qualcosa ancora oggi? Scovare una cosa di plastica? Se mi avesse perquisito con quelle tue sudicie mani sarebbe stato molto più intelligente.»
«Brutto bastardo!» gridò la guardia e si alzò di scatto.
Il mafioso gli tirò un pugno sulla gamba. La guardia capì che doveva sedersi. Gli venne sussurrato qualcosa all’orecchio.
«Mi perdoni Seiji. Non sono avvezzo a parlare di persona ma solo attraverso la mia guardia del corpo Kawato. Deve sapere che se io parlassi a qualcuno che non sia Kawato sono sicuro che i demoni verrebbero a prendermi. I demoni dei miei sogni» disse Kawato.
«La prego di abbassare le armi, le mie guardie faranno lo stesso. Loro sono solo premurose nei miei confronti. Mi piace il suo modo di fare, per questo l’ho ingaggiata, parliamo semplicemente di affari» aggiunse.
Le guardie tornarono a sedersi impassibili.
«Non mi piace avere estranei nelle transazioni» gli rispose Seiji.
«E fa bene ma non deve preoccuparsi. Il cervello di Kawato è mantenuto in uno stato di regressione mentale tramite una neuro-tossina. Egli non ha, in pratica, concezione stessa della vita oltre agli ordini che gli impartisco personalmente e alla protezione della mia persona.»
Kawato non si crollò neanche per un secondo nel proferire le parole suggeritegli.
«Non mi circondo mai di soci o servitori con una capacità cerebrale completa. Così sono sicuro che nessuno può, per esempio, uccidermi a tradimento. Non trova che sia un sicurezza indispensabile al giorno d’oggi signor Seiji?»
«È un comportamento previdente.»
«Anche i miei quattro demoni laggiù sono nello stesso stato. Sono in poche parole zombie. La prego ora terminiamo l’affare prima che la speed-blue mi spinga in fase di veglia R.E.M.»
La scena si presentava alquanto strana, soprattutto a un ipotetico interlocutore esterno. Seiji parlava con Kawato e aspettava poi che il mafioso sussurrasse la risposta.
«Ho l’UUID che mi ha pagato» disse Seiji mentre rimise a posto le due pistole nelle cavigliere.
«Bravo ha fatto un lavoro veloce, questo mi rende felice.»
Seiji estrasse di tasca l’unità logica e la buttò vicino al mafioso che la prese e la infilò in una piccola depressione sopra il suo terminale.
«Sa nella mia posizione mi sono fatto troppi nemici e la mia attuale identità registrata scotta troppo.»
Quel mafioso di cui Seiji non sapeva il nome era conosciuto per essere un capo Yakuza abbastanza potente. Aveva fatto soldi con il commercio della speed-blue, la droga del momento. La sostanza psicotropa in questione era stata ricavata da una neuro-tossina scoperta pare da dei ricercatori stranieri tanti anni fa. Era una droga che dava una fortissima dipendenza e quindi moltissimi soldi nelle tasche di chi la smerciava. Seiji lo sapeva bene ed era una delle cose che evitava come la peste.
Di solito lui non lavorava con la Yakuza ma questo cliente gli aveva dato in anticipo un sacco di soldi. Oltre a questo era solito non incontrare mai di persona chi gli chiedeva delle identità rubate ma in questo caso era un’esplicita richiesta del cliente. Con i soldi dell’affare Seiji ci sarebbe andato avanti almeno sei mesi senza la merda che gli passava il governo quindi accettò il tutto anche se con riluttanza. Il terminale emise un lungo ronzio e un rumore sordo ruppe il silenzio della stanza. Era il suono standard che rappresentava un errore in un sistema che il Dipartimento dell’Informazione forniva a ogni cittadino dell’Impero.
«Mi prendi in giro piccolo lamer di merda? Cosa sono questa merda di dati?»
Seiji sorrise con ghigno ironico.
«Non è così facile come caricare un gioco in un sistema del dipartimento. Lasci fare a me.»
Si alzò e si avvicinò al terminale del mafioso che indietreggiò e abbracciò Kawato.
«Cercherò di spiegarle come stanno le cose così come farei con un bambino» disse Seiji, «con questo non voglio dire che io la consideri un bambino ovviamente. Quando nasciamo il governo ci assegna un UUID rilasciato dal Dipartimento dell’Informazione e questo UUID ci serve per ricevere i compensi sociali e l’alloggio giusto? Questo lo sanno tutti.»
«Certo.»
«Ebbene se qualcuno viene tacciato di un crimine qualsiasi oppure solo sospettato di un crimine questo viene scritto e registrato nel proprio UUID.»
«Questo lo so, lo sanno tutti.»
«Beh non tutti sanno che le sentinelle riescono a rintracciare un criminale o presunto tale in un tempo infimo proprio perché ogni transazione effettuata col proprio UUID viene filtrata dal server centrale dell’Impero» disse Seiji mentre faceva volare le dita sulla tastiera.
«Computron procedura di sblocco uno.»
«Come?»
«Niente. Stavo parlando delle sentinelle. Il governo registra ogni operazione e non appena trova una transazione fatta da qualcuno con un UUID sporco lo manda a, diciamo, prelevare e può ben immaginare che sia difficile scappare. Ebbene per farla corta l’unico modo per farla franca è ricevere un altro UUID.»
«E questo è quello per cui io ti ho pagato. Con un UUID diverso posso continuare a gestire il mio commercio senza problemi.»
«Già ma questo è praticamente impossibile. Non solo si può avere un solo UUID a persona ma ne possono essere creati di nuovi solo pochi in un anno.»
«Pochi?»
«Già pochi. Uno per nascituro. Il problema è che a Yamato c’è il controllo delle nascite e liste di aspiranti procreatori. Computron procedura di sblocco due.»
«Cosa?»
«Ho quasi finito. Anzi aspetti, ho finito. Complimenti ora lei è il signor Hidari Bokuzen10.»
Il mafioso proruppe in una fragorosa e fastidiosa risata.
«Davvero?»
«Già. Non sto a spiegarle come funziona il tutto primo perché non capirebbe e perché non sono pagato per farlo» disse Seiji sedendosi due passi più lontano. Il mafioso si mise ad armeggiare col suo terminale e dopo poco riprese a ridere.
«Allora è proprio vero, ti farò un accredito sul tuo UUID con la mia nuova identità.»
«Non scherziamo, avevamo parlato di carta.»
«Carta? Intendi soldi di carta?»
«Già.»
«Non intendo darti dei soldi di carta. Non ne ho.»
«Sarebbe oltremodo stupido effettuare una transazione del genere nel mio UUID. Sporcheremmo sia il mio che il suo nuovo di pacca. Io lo faccio per lei.»
Il governo infatti permetteva di trasferire solo solo pochissimi crediti al giorno tra un UUID e l’altro. Quella era una delle strane concessioni che si davano ai cittadini di Tokyo. Forse era un gentile ma discreto incentivo al commercio che non aveva dovuto esistere.
La guardia dopo aver ascoltato un sussurro si alzò e andò a rovistare su un cassetto. Tornò in mano con un mazzo di sudici soldi di carta, li porse a Seiji dopo avergli dato una veloce contata.
«Siamo d’accordo» disse Seiji.
«Bene bene» disse la guardia mentre il mafioso preso dall’euforia si sparò un’altra dose di speed-blue nel collo.
«La nostra transazione è conclusa. Addio.»
Il mafioso prese a tremare tra gli spasmi della speed-blue e mentre Seiji si alzava sussurrò qualcosa alla guardia.
«Signor Seiji la prego si fermi un attimo.»
«Ho fretta.»
«Lei è rimasto l’unica persona a parte me a essere a conoscenza del nostro affare se ne rende conto?»
«Ovviamente.»
«E allora è conscio del fatto che ora non potrà uscire vivo da qui vero? Ora lei non ci serve più.»
«Oh davvero? Ne avevo un vago sentore. Certo che avreste potuto muovervi prima» disse Seiji mentre con le mani si scrocchiava il collo.
Le quattro guardie corsero fino alla porta bloccando l’unica via d’uscita.
«La ringrazio per l’aiuto. Ora avrò molti meno problemi. A proposito posso farle una domanda prima che lei muoia?»
«Prego.»
«Un UUID nuovo, insomma, volevo dire.»
Il mafioso aveva gli occhi che vagavano per conto suo mentre il sangue gli colava copioso dal naso.
«Un UUID, uiddo, cosa? Che, cos ma iddo.»
Stava parlando con la propria voce senza avvicinarsi all’orecchio di Kawato che se ne stava da una parte.
«La speed-blue fa male. È stata progettata per fare male. Io ci andrei piano» disse Seiji.
«Un UUID nuovo da dove viene? Uiddo, uiddo. Guardie prendete, prendete.»
Seiji sfoderò di nuovo le due pistole, ne puntò una al mafioso e una alle guardie. Le armi emisero due corti e sommessi fischi.
«Io ci lascio le penne ma anche il vostro capo però,» mentiva, «bene deve sapere che lei prende le sue precauzioni ma anch’io faccio lo stesso. Nel suo computer ora c’è si un nuovo UUID ma a quest’ora sarà già criptato. Computron conferma l’ultima mia affermazione.»
— Confermo padre — disse la macchina attraverso i deboli altoparlanti del PT che Seiji portava in tasca.
«Un demone, un demone cattivo mi viene a prendere, sento la sua terribile voce» farfugliava il mafioso.
«Quello che voglio dire è che nel suo terminale ora c’è un UUID criptato con un metodo che richiederebbe molto tempo computativo per essere rotto con attacchi di forza bruta e che solo io ho la chiave. Sa, le quattro basi del DNA, non mi ricordo mai uno dei quattro nomi. Dovrebbe sapere da che base contare e soprattutto quanto contare. Senza contare un possibile birthday attack ovviamente.»
Il mafioso si riprese dalla prima vampata che dava la speed-blue e il suo sguardo si fece attento come prima.
«Brutto lamer di merda io ti ho pagato per un UUID rubato non per della merda criptata.»
«Già ma io non lavoro di certo per un compenso che può comportarmi la morte.»
«Stupido ragazzino. La tua insolenza ora ti farà morire. Non mi importa più dell’UUID, troverò un altro topo di terminale che me ne procuri uno.»
«Calma calma. Non mi avete fatto finire di spiegare. Deve sapere che ora nel suo terminale c’è pure installato un bel virus di livello Turing che, se lei mi uccidesse ora, caricherebbe nel suo nuovo UUID un centinaio di omicidi e farebbe inoltre un piccolo innocente acquisto sulla rete così giusto per far notare il suo profilo al server nazionale. Non sto a spiegarle come potrebbe il programma che ho immesso nel suo terminale sapere di una mia eventuale morte perché di sicuro non lo capirebbe in quanto è roba troppo tecnica. Le dico solo che nel gioco entrano in ballo un congegno che controlla il mio battito cardiaco e un po’ di semplice software di rete che è incaricato di dire su un orecchio al suo terminale che non è bello uccidere chi fa dei favori come me. Mi segue?»
Seiji aveva detto “virus di livello Turing” che era una cosa che non significava niente ma colpiva chi di programmazione non ci capiva niente. Il resto era vero e sperava che chi aveva davanti si impaurisse e non metabolizzasse invece che avrebbe potuto scappare via dal terminale e dal PT vanificando il tutto. Il mafioso non proferì parola.
«Bene. Ora si immagini, lei diventerebbe un pluri-omicida e quel suo acquisto sulla rete metterebbe immediatamente in allerta il Dipartimento dell’Igiene e della Sicurezza Pubblica che manderebbe quanto prima una decina di sentinelle a bussare garbatamente alla sua porta per un’esecuzione esemplare trasmessa sulla rete governativa.»
Nessuno disse niente.
«È padrone di non crederci ovviamente.»
Il mafioso si stava ora pulendo il sangue che gli usciva dal naso con una manica del suo vestito continuando a tacere.
«Ognuno prende le sue precauzioni. Se finiremo la transazione pacificamente dopo poco tempo riceverà un mio messaggio con la chiave di decifrazione. Questo fermerà il virus e sbloccherà il suo nuovo UUID fiammante. Io allora sarò contento e lei lo stesso. Lei non è il primo che cerca di uccidermi. In fondo questa che trattiamo è roba che scotta e molti al mondo sono paranoici per la riservatezza come lei, me compreso. Non mi frega un cazzo di quello che farà col suo nuovo UUID o cosa ha fatto con quello vecchio. Voglio solo i miei soldi. Terrò la bocca chiusa, l’ho sempre fatto. L’UUID che le ho dato è garantito.»
Il mafioso fece una smorfia e sussurrò qualcosa alla guardia.
«Va bene sporco lamer. Porta via il tuo culo da qui ora. Sappi che se non riceverò il messaggio manderò i miei killer migliori a trovarti. Quando l’avranno fatto prima ti violenteranno il culo a turno e poi ti scaraventeranno in fondo all’underground in una ventina di pezzi.»
«Vedo che abbiamo raggiunto un accordo, bene allora buona giornata. È stato bello fare affari con lei» disse Seiji mentre con una spallata si fece forzatamente spazio in mezzo alle guardie ancora appostate davanti alla porta.
«Mandate l’haiku sul proiettore stupidi fannulloni!»
Un ciliegio in fiore prese il posto del vuoto che Seiji lasciò dietro di sé. Appena uscito fuori da quell’alloggio Seiji tirò un sospiro di sollievo. Cercò le sigarette. Lo fece per diversi secondi per poi ricordarsi di non averne e si rammaricò della mancanza di tabacco.
Il suo paese aveva perso il nome di Giappone da molto tempo ormai. Ora era diventato l’Impero solitario e assolutamente autarchico di Yamato o meglio era tornato a esserlo. Ma c’erano molte cose che non tornavano. Per esempio era difficile da pensare che il governo non importasse proprio nulla dall’estero. L’arcipelago forniva molto di quello che la società di quel tempo necessitava ma c’erano cose che non potevano essere prodotte a Yamato. Il caffè oppure il tabacco erano difficilmente riproducibili in loco. Era molto facile trovare bevande alla caffeina a Tokyo ma si sa che il caffè necessità di climi molto particolari che potevano essere trovati in pochissimi posti al mondo tipo in America del sud. Il petrolio lo estraevano da piattaforme oceaniche, di uranio ne avevano in abbondanza così come il pesce presente in abbondanza a pochi chilometri dalla costa.
Quando si ritrovava a bere del caffè freddo gli frullavano questi pensieri in testa. Si fermava a fissare la lattina pensando a quei chicchi di caffè che avevano viaggiato molto di più di quanto lui avrebbe mai fatto in tutta la sua vita. Le sue erano solo illazioni in fondo, illazioni di uno che abita trenta piani sotto terra. Prese il PT in mano e attivò un canale per comunicare con computron.
«Computron?»
— Sì padre.
«Questa volta è stata durissima. Non devo impelagarmi più con questi mafiosi psicopatici. Ma perché deve essere sempre così difficile fare due spiccioli?»
— Così difficile cosa? Non capisco padre.
«Dico le transazioni. Dovrei smette con queste cose. Non sono molto etiche, no davvero però comunque prendo qualcosa che qualcuno non usa più no? E poi togliere i soldi alla mafia non è come rubarli non trovi?»
— Padre non riesco a prendere una posizione riguardo la sua domanda. Mi perdoni.
«Già, mi perdo a parlare di cose troppo difficili da capire per te. Io ti ho creato e so quali sono i tuoi limiti.»
— Tutti i sistemi sono in standby. Non ci sono problemi da segnalare.
«Già computron già. Devo decidermi a riscriverti anche questa parte. Oppure a darti in pasto qualche altro giga di dati per il training. Ma non ho voglia.»
Computron tacque.
«Computron controlla la mia posizione su Sankaku a cadenza regolare. Quando mi sarò allontanato di duecento metri da qui effettua il trasferimento del codice di sblocco concordato sulle mie 1024 basi genetiche dopo la 1024.»
Seiji aveva chiesto a computron di utilizzare la criptografia genetica su quel codice. Quel sistema di criptamento dei dati era l’unico permesso dal governo. La chiave scelta come seed per inizializzare l’algoritmo era tratta dall’osservazione della sequenza genetica di chi prepara il materiale criptato. Punto di partenza e lunghezza della chiave erano a discrezione dell’utilizzatore ovviamente entro limiti stabili dai documenti ufficiali.
A ogni utilizzo del sistema la chiave veniva comunicata al Dipartimento dell’Informazione che controllava la veridicità dello stesso consultando i valori del DNA conservati nella banca genetica del Dipartimento dell’Igiene e della Sicurezza Pubblica. L’algoritmo scelto dal governo era talmente buono che veniva usato, ovviamente senza riscontro con le autorità, anche nelle comunità di Tokyo non controllate come quella di Seiji.
— Sarà fatto padre. Parto con il controllo periodico.
Seiji una volta uscito dal palazzo si buttò in mezzo al marasma delle persone tenendo una mano fissa sopra il gonfio che i soldi creavano nella tasca interna della sua giacca. Si girava più o meno ogni trenta secondi a osservare se dal palazzo che aveva lasciato non uscissero quattro zombie con le katana sguainate. Era decisamente felice e pensava ai vari risvolti possibili del futuro più o meno prossimo. Decise che era ora di festeggiare un po’.
Ho voglia di mangiare takoyaki pensò, mi regalo della carne.
La carne a Tokyo per ovvi motivi era un piatto da ricchi. Seiji però cambiò velocemente idea e decise di andare dal suo amico Toshiro per una visita di cortesia e per comprare qualcosa. Provò invano a scrocchiarsi il collo e con la mano libera si tirò su il bavero in attesa della corrente ascensionale che sentiva stare per arrivare.
Natura macchina by Francesco Bigiarini is licensed under CC BY-NC-ND 4.0
- “Triangolo” in giapponese. ↩︎
- Bevanda alcolica derivata da riso fermentato. ↩︎
- Seiji chiama la donna “nonna” accompagnando il nome alla forma onorifica “san.” Mostra sia rispetto per l’anziano sia familiarità. ↩︎
- Regione del Giappone che comprende Tokyo. ↩︎
- “Lamer” è sinonimo di perdente, di chi usa dei trucchi per vincere nei videogiochi e in generale di chi crea danno nella rete. A Tokyo però rappresenta l’offesa più pesante di uso comune. ↩︎
- Su di un ramo calcinato. ↩︎
- S’è posato un corvo. ↩︎
- Crepuscolo d’autunno. ↩︎
- Tradizionale spada giapponese con impugnatura a due mani. ↩︎
- In Giappone il cognome viene apposto prima del nome. ↩︎