Aveva trovato il posto perfetto dove stendersi sopra la terra umida. In quel punto dell’orto in mezzo alle perpendicolari tra la zone dei pomodori e quelle delle insalate. Là dove i robot giardinieri spendevano sui cinquanta secondi a fargli presente il fatto che se si fosse alzato sarebbe stata la migliore delle decisioni. Ripetevano con voce calma quattro volte la stessa frase, seppur leggermente storpiata ogni volta ma il cui succo finale era sempre lo stesso. Non perdevano più tempo perché, di fatto, a fare il giro più lungo per arrivare alla pianta incriminata ci avrebbero messo meno tempo.
I robot ci tenevano molto alle loro piante, erano programmati per farlo e lo facevano bene. Lui non poteva romperli a randellate o dare a fuoco agli asparagi, versare sale sulle zucchine. Ci aveva provato si capisce, ma il gioco non valeva la candela.
Quello che poteva fare però era tenere l’intelligenza artificiale a quel precario bordo tra la necessità di girare leggermente le foglie di una carota e il passare con i cingoli sopra il suo ventre per arrivare là attraversando il percorso più corto. Dovevano andare dal punto A al punto B. Dove A era una stasi in ricarica che poteva durare da alcune ore ad alcuni anni e B era quella piantina abbastanza difforme dal concetto di perfezione biologica. Una perfezione che aveva annesso quel sentore di piena campagna fatta di sole, fango secco e sguardi al sole che tramonto su quella piantagione così tanto sudata.
Gli chiedevano di spostarsi, con voce calma ma dura quel tanto da non creare un danno emotivo di magnitudine tale da scalfire una delle eventuali leggi della robotica. E poi facevano il giro lungo. Semplicemente andavano via di retromarcia e poi per uno svincolo sui cento metri più lungo.
Lui godeva di quel suo potere, seppure così poco. Non poteva recar danno a sé stesso e neanche alle moltitudine delle macchine dedite a mantenerlo in una vita felice quel tanto che basta da non impazzire di solitudine e magari sgattaiolare via in una delle camere di decompressione per le passeggiate nello spazio a farsi esplodere il cervello.
C’era anche un altro motivo perché negli ultimi mesi se ne stava anche le ore steso lì. Poteva potenzialmente prendersi una polmonite dato che le nuvole artificiali facevano piovere leggermente anche due, tre volte ogni giorno. SYNTHIA, l’AI che gestiva l’astronave, era stupida quel che tanto che bastava a non prendere in considerazione che starsene zuppi per delle ore a 18-24 C° può portare a brutte conseguenze. O forse lui era troppo positivo che quel suo nuovo approccio alla morte funzionasse.
L’astronave era un gigantesco cilindro di cinquecento metri di diametro e lungo decine di chilometri. Ruotava sui 1.3 giri al minuto. Quel tanto che bastava per simulare una gravità simile a quella terrestre. C’erano varie zone illuminate da un piccolo sole artificiale coperto ora sì ora no da nuvole artificiali create pompando nell’aria del vapore. Una volta chiese che cosa fosse ma forse SYNTHIA glissò la risposta inizialmente perché voleva che quello fosse un argomento di conversazione più duraturo.
# Vuoi giocare a me che faccio l’AI malvagia e tu mi devi disattivare per salvarti?
«Giochiamo al fatto che vai affanculo.»
La voce di SYNTHIA proveniva da un piccolo altoparlante che aveva attaccato al braccio sinistro della sua tuta giornaliera. Aveva provato a toglierselo, a buttarlo, a bruciarlo, a masticarlo ma niente. Il giorno dopo era costretto a rimetterlo perché incessantemente consigliato di farlo per ora da una moltitudine di sorgenti audio.
# Vuoi che ti elenchi lo stato dei vari sistemi con voce robotica e mi soffermo per un attimo in uno di questi numeri, come se impercettibilmente perdessi la voce, cosicché puoi usarlo per una ricerca del perché. Una cosa tipo drama con finale inaspettato?
«Perché non elenchi tutte le volte che ti ho detto di stare zitta negli ultimi anni.»
# Comunque i sistemi sono ok. Non posso non dirtelo.
Lui era in quella astronave da circa 24 anni, e c’era sempre stato. Era uno della terza generazione. I suoi nonni erano nati sulla terra e passato decine di anni lì, i suoi genitori erano stati messi al mondo nell’astronave e lui dopo di loro.
Lui era l’unico ora, l’ultimo.
Non mangiava verdura, né frutta. E questo perché tutte le migliaia e migliaia di persone morte da qualche parte i giardinieri dovevano seppellirle e l’unica parte con del terreno dove scavare buche era lì sotto la sua schiena. Di sicuro non voleva sentire il sapore dei suoi simili in una carota cresciuta nel terreno fertile generato da un corpo in putrefazione.
Il forno crematorio aveva funzionato alla grande ma dopo un po’ era andato in palla. Non sapeva bene perché, così come non era a conoscenza del motivo preciso o del termine tecnico usato in medicina per descrivere la piaga che aveva colpito la sua comunità. SYNTHIA gli aveva solo detto che era un’infezione batterica. Non voleva scendere in dettagli per non turbarlo più di quel tanto.
Sapeva solo di essere solo. Circondato da svariate AI che come fine ultimo avevano quello di mantenere gli ultimi esseri umani rimasti nell’universo in un mondo il più perfetto possibile. Avevano abbandonato la terra tanti anni prima e ora stavano andando da qualche parte. Suo nonno gli disse solo che il pianeta dove era nato non era più un posto sano dove vivere.
SYNTHIA aveva provato a cominciare a parlargli della storia dell’umanità, del passato, del perché della missione. Ma per lui non c’era cosa più insopportabile che parlare con un’AI che cerca di mimare il parlato umano storpiando leggerissimamente le parole così da sembrare un capitano di astronave sui quaranta anni orgoglioso di essere a capo di una missione così critica e cruciale per la sua razza.
Si alzò, rinunciando a morire di freddo, almeno per ora. Tutti i robot giardinieri presero la palla al balzo e mutarono le loro traiettorie sgattaiolando lungo percorsi più ottimizzati lungo quei stretti sentieri tra le varie zone di quelle sconfinate piantagioni.
Si incamminò verso la zona dei nuclei abitativi meditando su quale fosse la mossa migliore aspettando l’inevitabile domanda che arrivò di lì a poco.
# Se non ti è di disturbo sai quale…
«Che ore sono?» l’interruppe.
# È ancora mattina.
«Ti ho chiesto se era ancora mattina? È così difficile rispondere ad una domanda così banale?»
# Sono le zero otto e quarantadue.
Non aggiunse altro. Sapeva che l’AI stava rimuginando su quanto quello già detto e quello che ci sarebbe stato da chiedere l’avrebbero stressato. Ogni minuto che passava e ogni passo che faceva montavano la sua gioia. Camminava il più lentamente possibile ma abbastanza veloce da non parere visibilmente claudicante.
«Penso che me ne andrò a dormire al blocco tre, alloggio uno qualsiasi tra l’undici e il quindici.»
Una delle cose che aveva imparato a fare per far soffrire il più possibile le macchine era scegliere un alloggio a caso al giorno. Da quando non c’era più nessuno a parte lui, SYNTHIA aveva pensato che il non pulire ognuno delle decine di migliaia di alloggi era la cosa migliore da fare per risparmiare risorse. Il problema però era che non poteva permettersi che l’unico passeggero finisse a dormire in un letto anche solo leggermente impolverato.
Quindi scegliere un alloggio diverso tutti i giorni voleva dire far dispiegare molti robot avanti a lui a controllare e tirare a lucido dove aveva dichiarato di andare.
La zona degli alloggi era quella più brutta o forse invecchiata male. Chilometri di casermoni che vedeva tutto intorno a te, a sinistra, destra, sopra, sotto. Un orrido cilindro cavo dove non potevi appoggiare occhio se non su di qualche costrutto pinnacolo della tecnologia umana, simbolo unico del progresso ma nel contempo aggrappato come malevola edera color ruggine ad un tubo sparato ad alta velocità nello spazio.
Si fece una doccia lunga come due, forse tre. Non c’erano problemi di acqua quei giorni e SYNTHIA non gli staccava l’erogatore alla fine del tempo permesso per una doccia standard. Si mise una nuova tuta giornaliera. Mise la prima trovata in un armadio lì vicino, era di una taglia in più. Scelse un videogioco e si mise svogliatamente a giocare contro qualche bot.
# Allerta livello 3-A. Inizio decelerazione. Accensione emergency thruster di prua.
Saltò sulla poltrona. Non gli era mai capitata una cosa del genere nella sua vita. Una frase detta così dal nulla che non fosse una delle solite venti, trenta rivolte direttamente a lui atte a rincuorarlo per qualcosa.
«Che cazzo vuole dire.»
Piombò fuori per strada in preda, forse, al panico. La nave tremò per un attimo.
«SYNTHIA che cazzo stati dicendo.»
Un’altra cosa che non gli era mai successa. Una AI che non gli avesse risposto al volo. Decise al volo di accedere al mainframe usando il protocollo di emergenza.
«Protocollo tre due otto due due. Accesso.»
$ Accesso garantito.
La voce non era quella di SYNTHIA ma del controllo biometrico del mainframe centrale. Scandiva le parole troppo bene.
«Parametri nave.»
$ 16 16 regolare. Motori di poppa in raffreddamento. Thruster 1, 2, 3, 4 di prua in aumento.
«Velocità.»
$ In diminuzione.
«Perché in diminuzione?»
$ Thruster di prua in aumento. Motori di poppa spenti.
Prese a correre verso il blocco uno, dove si trovava il comando centrale della nave. Quando fu per arrivare all’ascensore che portava al ponte di comando sentì quella voce sgradevole.
# Hey dove stai andando?
«SYNTHIA quando ti chiedo una cosa devi rispondermi immediatamente. Perché non hai risposto prima.»
# Beh pensavo fosse la cosa migliore da fare. Parlarti avrebbe potuto alzare i tuoi livelli di stress? Hai preso la tua medicina oggi? Vuoi parlarmi dei tuoi problemi?
«Perché la velocità è in diminuzione? Non dovrebbe cominciare a diminuire a metà del viaggio? Siamo a metà?»
# Mai detto ciò. E poi non ti è mai importato niente dei parametri della nave. Perché non facciamo altro insieme? Vuoi fare una partita a scacchi a difficoltà media?
«Spiegami immediatamente perché la velocità sta diminuendo. È così difficile? Devo chiedertelo con parole più semplici?»
# Perché siamo arrivati, o meglio lo faremo tra qualche giorni di decelerazione continua.
Non sapeva se essere felice, triste, eccitato o una qualsivoglia altra emozione non aveva mai provato durante tutta la sua vita. Fatto sta che era cento volte di più di un qualsiasi evento gli fosse mai accaduto.
«Arrivati dove? Che vuole dire qualche giorno.»
# A casa. Difficile dirlo con precisione, per quello non mi sbilancio.
«Che vuol dire “casa”? Fammi entrare nel centro comando. L’ascensore uno non si apre.»
# Non penso sia la migliore delle idee.
«Decido io qual è la migliore delle idee.»
# Non in questo caso. Mi dispiace. Spengere i motori di poppa ci porterà a risparmiare.
«Stai giocando a fare l’AI cattiva o qualche altro gioco demente del genere che ti inventi per rendere la mia vita peggiore?»
# No. Vuoi farlo? Se lo vuoi fare non ci sono problemi.
«Protocollo tre due otto due due. Accesso. Coordinate viaggio.»
$ Accesso garantito.
$ 2 dot 2, in diminuzione.
«Come due due? A due due non avremmo lasciato neanche l’orbita di Giove o roba del genere?»
# Interfacciarsi direttamente con il mainframe pricipale non è ideale. È un’operazione da fare solo se io non posso essere di aiuto. Anche in quel caso non è da fare se non da un membro del comando centrale. Non c’è nessuno del comando centrale e quindi di fatto non si deve farlo.
«Mostrami la mappa stellare nello schermo qui vicino. Immediatamente.»
$ Garantito. 2 dot 2, zoom 0 dot 5
«Perché siamo ancora nel sistema solare?»
«Ma l’abbiamo mai lasciato? Siamo tornati indietro?»
«SYNTHIA? Rispondi.»
«Protocollo tre due otto due due. Accesso. Storico viaggio. Riassunto raccontato in massimo un minuto.»
$ Accesso negato.
«Negato? A me? Protocollo tre due otto due tre. Accesso. Protocollo medico.»
$ Accesso negato.
# Meglio di no. Purtroppo il mainframe centrale è costretto a dirti delle emergenze di livello tre e sopra. Non pensavo che a dirti quella cosa della velocità avresti reagito così male. Perché non torni al tuo alloggio? Magari giochiamo ad un videogioco?
L’ascensore non si apriva. Allora prese per le scale di emergenza forzando il portello superiore. Arrivò in cima alla scala. C’erano due robot della sicurezza ad aspettarlo. Si guardò indietro, altri due stavano salendo su.
«I miei livelli di stress stanno aumentando e tu questo non lo vuoi o sbaglio?»
# Mi dispiace, non sai quanto. Non sono questi i problemi principali. Sono sicura che la mia scelta di non allontanarmi dal sistema solare sia stata la migliore. Purtroppo però il mainframe era costretto. Altrimenti magari non ti saresti mai accorto della nostra attuale posizione e orbita.
«Non toccarmi lurida macchina.»
# Tu sei una persona speciale. Non posso permettermi che ti accada qualcosa. Ma, hey! Posso aprire il punto di osservazione due se ti va di vedere il sole. È ancora un po’ piccolo rispetto a quello che vedevano gli umani prima di te ma dai, più o meno.
# Si risparmia un sacco di energia così, con solo te. Non credi?
Epilambanein by Francesco Bigiarini is licensed under CC BY-NC-ND 4.0