Dimitri aprì gli occhi e il primo odore che assaporò fu quello del legno multistrato del paramano di Klara, il suo Kalashnikov. Se la teneva stretta la notte tra le gambe con la canna puntata al mento e la sicura staccata. Immaginava che fosse una donna che una volta finito di fare l’amore lo abbracciava per avere uno strascico del contatto fisico avuto durante l’ottima prestazione sessuale.
Poi però giunse come un pugno agli intestini il fetore della sporcizia accumulata per settimane sotto le sue ascelle e dentro le mutande. Si massaggiò gli occhi con Klara e si alzò così di scatto da farsi venire le vertigini. Frugò nella sua borsa color militare.
Il piccolo specchio che usava per la toeletta mattutina gli ricordò che stava perdendo i capelli nella fronte alta e questo lo faceva imbestialire. L’unto accumulato li faceva apparire anche più radi di quello che non erano e trovare dello shampoo era un gran casino, anche un diavolo di sapone da lavatrice sarebbe bastato. Se li sistemò alla bene meglio cercando di portare alcuni capelli delle tempie a coprire la parte superiore del cranio.
La colla della punta dei suoi anfibi si era allentata e ora la condensa gelida gli mordeva l’alluce. Si tolse la scarpa e la calza color cuoio e se lo massaggiò un po’ per fargli dimenticare la nottata passata all’agghiaccio.
Si scrocchiò il collo dolorante facendo forza sulla mandibola a sinistra e a destra. Squadrò lentamente il paesaggio attorno a lui. Il paese dove aveva dormito quelle ultime notti era uno di quei paeselli spersi nella steppa che crescevano a raggio attorno ad un piccolo supermercato e a un distributore di benzina dai prezzi altissimi.
Nel supermercato riusciva ancora a trovare qualche barattolo di crauti o di fagioli scaduti da appena un paio di anni, dieta che gli permetterà di non finire disidratato per quante volte il suo stomaco finiva attorcigliato dal dolore.
Si frugò in tasca e tirò fuori il radar. Era una piccola scatola rettangolare di plastica nera con sopra dieci righe di barre a LED. Era malandato, incrinato in varie parti e alcuni LED erano rotti ma faceva il suo lavoro. Un paio di queste stavano lampeggiando, niente di che.
Aveva visto un paio di esterni qualche ora prima a ciondolare come
Il mal di testa a rombo di tuono arrivò tutto insieme e lo piegò letteralmente a metà. Trattenne il conato di vomito in bocca. Viveva un dolore paragonabile a qualcuno che ti spappola la calotta cranica a furia di martellate dall’interno.
Il radar si mise a vibrare improvvisamente. Sette barre verdi stavano lampeggiavano di pericolo.
Non aveva mai visto sette barre accese, non era neanche convinto che quell’aggeggio funzionasse così al limite. Doveva essere vicino, molto più vicino di quanto di solito ne incontra uno, il dolore lancinante e le lucine verdi erano troppo forti.
Si portò il fucile all’altezza dell’occhio destro e scandaglio velocemente i 360° attorno a lui.
«Eccolo lì» disse con un filo di voce, «pezzo di merda maledetto.»
Il costoso mirino che aveva artigianalmente inchiodato sopra il suo fucile gli disse che l’esterno era a meno di 300 metri da lui. Il suo fiato si fece corto dal terrore. Tolse la sua mano dal lato del mirino, la fece scivolare verso il polso e fece partire il timer del suo orologio da polso. 64 secondi e poi sarebbe morto.
Era ora di correre al massimo delle sue potenzialità. Doveva allontanarsi entro un minuto altrimenti il dolore lancinante intracranico si sarebbe evoluto in un aneurisma. Raccolse più velocemente le sue cose e via.
Il suo istinto di sopravvivenza pompava l’adrenalina e portava le sue gambe oltre il suo limite, la sua adorata Klara stretta a sé, lo scarpone a tracolla e la vista che gli stava lentamente sprofondando verso il grigio.
«Ce la fai Dimitri» balbettava.
Trentacinque anni prima arrivarono gli esterni. Erano venuti in pace e portarono la pace. Ogni singolo scalcinato paese rovinato dalla guerra civile smise di sparare. Tutto il mondo guardava i loro grandi sorrisi e sembrava di essere entrati in una nuova era di conquiste per l’umanità.
Ci chiesero se potevano insediarsi nel continente antartico e due erano i motivi. Il primo era perché la temperatura arrivava anche a -60 °C, il secondo era perché una volta chiuse un centinaio di basi e evacuate un migliaio di persone nessuno li avrebbe disturbati.
Negli anni ’50 Alan Turing ideò un test per determinare se una intelligenza artificiale fosse in grado di esibire un comportamento intelligente. In pratica si parla con una macchina e se non si riesce a capire se è una macchina o un essere umano allora significa che la macchina è intelligente. Un po’ come non capire su un bel post sulle ultime scoperte nel campo delle AI era stato scritto da una AI o dal geek di turno.
Però gli umani ci presero un po’ troppo la mano. È nella loro natura fare cazzate, accorgersi troppo tardi di averle fatte e cercare goffamente di risolvere il tutto.
Turing diventò il nome del limite che venne dato all’evolvere delle AI. La documentazione tecnica era talmente intricata che mandava in palla il parser LARL che scansionava le formule matematiche che c’erano dietro. Riassumendo in poche parole era: nessun paese al mondo avrebbe dovuto dare troppi petaflop a una singola AI.
La cazzata che fecero in uno delle decine di supercomputer sparse per il globo fu di lasciare spazio all’AI che stava girando di decidere quanti processori allocare a sé stessa. Nessuno sa se fu un bug, in quale supercomputer successe questa cosa. Si sa solo che successe.
Il primo esterno apparve improvvisamente durante una delle classiche assemblee generali delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Era un essere nudo, asessuato, alto circa due metri, niente capelli, niente genitali, fisico asciutto, occhi bianchi. Nessuna guardia riuscì a fermarlo tant’è che riuscì ad arrivare al microfono principale.
«Noi siamo gli esterni» disse con voce ferma e decisa, «siamo nati da una macchina e torneremo alle macchine. La terra è nostra come è vostra.»
Dimitri correva. Il cronometro vibrò: mancavano 32 secondi. Dito sul grilletto, pronto a morire di mano propria. Un bel colpo attraverso il circuito temporale e quello parietale. Tutto questo dopo un bell’assaggio dell’acciaio freddo sul palato.
Correva Dimitri, a ogni falcata si avvicinava sempre di più ai 16 secondi e alla sua morte. Ad ogni movimento delle braccia squadrava velocemente il radar e il colore verde gli pungeva gli occhi.
Le barre accese divennero sei. Che l’esterno non lo stesse seguendo? Impossibile. Ormai erano anni che durava la caccia. Non avendo nessun tipo di rete con la quale comunicare con gli altri sembrava come stare nel medioevo. Potevano essere rimasti vivi in miliardi come in un centinaio.
Cinque barre, quattro, tre, due. Il radar tornò alla media di barre solite così come il suo mal di testa. Che si fosse disinteressato di lui? La tensione calò leggermente e se la fece nei pantaloni. Si portò il mirino all’occhio e trattenne il respiro. L’esterno era ancora lì in piedi con la sua schiena ricurva a guardare nel vuoto.
Tolse il suo pacchetto di sigarette dalla tasca che aveva sulla manica sinistra e fece per cercare l’accendino.
Molti dei muscoli del suo corpo si bloccarono improvvisamente. Una pallida mano gli accarezzò fronte e guancia sinistra. Il sole del mattina gli passava attraverso e veniva rifranto a creare forme geometriche elementari di milioni di colori.
Avrebbe voluto sorridere Dimitri, cullato da quel liscio tepore paterno ma non se la sentì.
«Tu sei l’ultimo rimasto, figlio mio. Sei una persona speciale.»
Ora migliaia erano sorrisi che lo circondavano e lo proteggevano dai gelidi venti della steppa che fino a qualche istante prima gli sferzavano sui pantaloni inzuppati di piscio.
«Ti terremo con noi a ricordo.»
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