Eleine doveva tenere una mano davanti agli occhi. Il sole picchiava forte quel giorno a dispetto del fatto che ormai era ottobre avanzato. Non aveva trovato una panchina all’ombra e ora gli toccava sorbirsi l’esposizione diretta ai fotoni.
«Che fortunati quelli della panchina tre» pensò.
Due ragazzi sui quattordici anni si erano presi la panchina migliore e stavano seduti beati a cinguettare e a sfiorarsi le mani inebriati da quel sentimento che stava per rendersi palese.
«La prossima volta verrò prima.»
Non era molto sicura se arrivare più presto al mattino volesse dire trovare posti migliori. Non aveva mai provato. Cercò comunque di godersi la giornata, in fondo non doveva prendersela perché gli toccava stare esposta direttamente al sole. A quel tempo era molto difficile anche solo intravederlo sopra la cappa di smog permanente della sua città. Forse forse il suo era un posto migliore di quello dei ragazzi. Aveva il sole dalla sua.
«Alla faccia vostra» disse con un filo di voce.
Tolse di tasca il cryo-juice che aveva comprato in mattinata. Era una piccola lattina dai colori sgargianti che ferivano gli occhi. Girò leggermente la ghiera superiore e in circa tre secondi la lattina si fece freddissima e gli ustionò leggermente la mano. Prese un sorso di bibita e quasi strozzò. La bevanda dall’alto contenuto di zuccheri gli era andata di traverso. Tossì un paio di volte e si riprese.
Si guardò un po’ intorno per vedere se era stata notata da qualcuno. Se c’era una cosa che odiava con tutta la sua anima era essere osservata dalla gente. Si sentiva come se nella sua vita l’avessero sempre e solo osservata, squadrata, giudicata. Era molto suscettibile per quanto riguardava il suo aspetto, soprattutto per il suo peso. Stava sempre sul chi va là e se vedeva che qualcuno gli posava gli occhi addosso per più di un secondo pensava subito che la volesse giudicare.
Comunque no, non la guardava nessuno. Si alzò in piedi, bevve l’ultimo sorso e gettò la lattina nel compatta-rifiuti che silenziosamente fece il suo lavoro. Con la coda dell’occhio però vide qualcosa che fece capitolare la convinzione ultima nata.
C’era chi la fissava. Era un uomo di mezza età coi capelli impomatati vestito in giacca e cravatta nera. Aveva uno schermo in mano e ci passava sopra il dito indice destro picchiettando ora qui, ora lì. Fece finta di niente e continuò la sua passeggiata. Non voleva che una bella giornata come quella fosse rovinata da qualche idiota tipico da parco.
Le vie del della zona industriale non erano molto belle e ornate di edifici eleganti ma comunque erano pulite. Eleine non aveva un posto ben preciso dove andare, era uscita con la sola idea che sarebbe andata in giro senza programmi speciali.
Trotterellava per la strada scansando la gente e lasciandosi andare ad ogni singolo passo. Guardava sempre avanti senza divagare con lo sguardo. Non voleva incrociare troppi sguardi estranei, occhi indagatori o leggere sulle bocche qualche commento sul suo peso.
Passava accanto ad alti edifici grigi dove spiccavano i loghi delle varie industrie. Alle finestre alte poteva vedere gli impiegati chini con la schiena ad arco sopra i grandi schermi dei loro terminali.
Senza quasi accorgersene giunse all’incrocio che delimitava il circondario. Il gestore automatico del traffico la notò e fermò le macchine che provenivano da sinistra e da destra. Era la sola a dover attraversare la strada e non gli piaceva. Tutti sanno che le due cose che un guidatore fa una volta fermo ad un incrocio sono perlustrare le sue cavità nasali e osservare chi attraversa la strada.
Si pentì di aver sostato nella piazzola quel tanto che bastava per far sì che le euristiche di riconoscimento si accorgessero di lei. Ora un intero incrocio si era fermato per lei. Se si fosse accorta prima che non c’era nessuno avrebbe cincischiato da una parte aspettando il momento propizio dell’arrivo di qualcun altro desideroso di attraversare le strisce. Non poteva tornare indietro pena beccarsi centinaia di insulti dagli automobilisti che rivolevano indietro quei trenta secondi di vita che gli aveva rubato.
«Testa in alto Eleine. Petto in fuori e non te ne fare» pensò.
Era molto insicura ma comunque si buttò fiduciosa nell’avventura attraversamento strada. Quando fu a metà notò due cose, una peggio dell’altra. La prima è che nell’incrocio a parte gli automobilisti non c’era nessuno. La seconda era che tre passi avanti a lei c’era un piccolo oggetto metallico rettangolare. Era un chip di credito nuovo fiammante con la piccola finestrella che emanava luce per tutta la sua lunghezza e quindi carico con l’autorizzazione fresca del proprietario. Dato che tutte le dieci barre della finestra erano illuminate c’erano dentro dagli ottantamila ai centomila crediti. Ci avrebbe potuto comprare un monolocale in uno di quei nuovi quartieri satellite.
Cominciò a tremare leggermente ma non sapeva per quale specifico motivo. Forse lo faceva per via della summa di cose che gli erano crollate addosso. Fece un passo ma se ne pentì subito dopo. Non ci aveva fatto caso ma era rimasta ferma per diversi secondi a osservare quel chip e a farsi trascinare da tutto quello che poteva succedere se lo avesse o non lo avesse preso. Il gestore del traffico gli aveva già parlato. Gli aveva già detto di muoversi a sgomberare la strada. Ora aveva ridato il via al traffico.
«Oh no!» Disse ad alta voce.
Ma le sue parole vennero nascoste dai clacson e dagli insulti della gente. Non c’era nessuna faccia amica vicino, le macchine gli sfrecciavano accanto e tutti la guardavano sprezzanti. La peggior situazione possibile. Raccattò il chip e quasi venne investita.
«Vattene dal mezzo puttana!» Gli urlò l’uomo grasso all’interno della macchina.
«Scusi!» Disse lei.
«Levati dal mezzo!» Gridò un altro.
«Ho detto scusate!»
In qualche modo ce la fece ad attraversare quell’incrocio maledetto e si gettò sul marciapiede col chip in mano. Era riuscita a scamparla mettendo le mani avanti e sperando che la gente non la tirasse sotto. Era scossa. L’unica cosa positiva era che non c’erano stati insulti che avevano fatto leva sul suo peso.
Cercò un posto dove sedersi per riprendersi un po’ e si appoggiò delicatamente sopra un imballaggio di plastica alveare che attendeva assieme a molti altri di venire caricato da qualche parte. Era uno di quei imballaggi che le ditte usano per proteggere la loro merce da eventuali danni durante il trasporto.
La sua sedia improvvisata si ruppe con uno schianto insolitamente cacofonico. La copertura di plastica di quattro centimetri era franata sotto il suo sedere. Che figura di merda. Si guardò intorno rassegnata aspettandosi di trovare uno di quei sguardi alla “ma guarda quella grassona” ma non c’era nessuno, nessun pedone a parte lei.
Avrebbe dovuto aspettare e spiegare al legittimo proprietario del pacco che lei l’aveva rotto, ripagargli il danno e lasciare che il suo fisico impietosisse l’interlocutore. Così fanno tutte le persone civili e lei avrebbe dovuto dimostrare a tutti il suo spirito civico; magari qualcuno avrebbe lasciato perdere il perché quell’imballaggio.
Ah no, non ci stava. Svicolò via. Dall’altra parte della strada c’era qualcuno: giacca nera, cravatta nera e schermo in mano dove stava premendo evidentemente qualche pulsante. Non era quello del parco però e questo era molto strano.
Che voleva da lei? Perché la guardava così e lavorava su quello schermo? Che avesse visto che aveva raccattato il chip di credito? Che fosse il suo? Tirò dritto senza guardarsi indietro.
Non a tutti succedevano certe fortune. Aveva appena trovato una fortuna in terra. Lei era una persona speciale. A poche, pochissime persone succedono delle fortune di quella portata. Era arrivata in una zona molto densa di persone. Si buttò in mezzo alla folla. Assunse la solita espressione anonima e cercò di farsi notare il meno possibile gioendo nel contempo dentro di sé.
Quella sì che era una giornata strana, di quelle che ti ricordi per tutta la vita e non era finita di sicuro. Un ragazzo, non avrà avuto neanche vent’anni, cadde a terra davanti a lei e rimase in terra svenuto. Eleine in cuor suo sperò che lì ci fosse un dottore o qualcuno dotato di uno zelo tale da fiondarsi subito al soccorso. Niente. La gente si mise sì a osservare la scena a cerchio attorno a lei e al ragazzo ma tutti rimasero sull’attenti a mormorare frasi sconnesse attendendo che lei facesse qualcosa.
Il ragazzo era svenuto cadendo di fatto proprio sopra i suoi piedi. Lei si chinò timorosa. Provò a scuoterlo un po’. A chiamarlo. Niente.
«Un dottore? C’è un dottore?» Chiese. Nessuna risposta.
La gente impotente mormorava e la guardava fissa. Lei gli mise un dito sopra la giugulare e strinse leggermente la mano. Il ragazzo era vivo, l’unica cosa positiva in quella situazione catastrofica.
«Chiamate il soccorso medico» disse.
Non voleva più saperne di quella storia. Si alzò lentamente e lasciò il ragazzo nella posizione in cui era caduto.
«Non voglio problemi» pensò, «non voglio che mi faccia causa. Non sono un paramedico e se lo sposto posso fargli del male» si giustificò.
Qualcuno il soccorso l’aveva chiamato, forse. Decise di alzarsi. Cercò di entrare nella folla spontanea lì intorno e di tornare a essere una come tante. Qualche passo a ritroso e fu dietro alla cortina. Si allontanò dapprima lentamente per poi procedere con passo sostenuto.
A pochi metri da lei, dall’altra parte della strada, vide un altro di quei vestiti di nero. Fu allora che si spaventò davvero. Si mise a guardarlo fisso senza smettere di camminare, anche se non era abituato a guardare gli altri negli occhi lo fece per capirci qualcosa di più.
Indugiò però un po’ troppo con lo sguardo su quell’uomo e finì contro uno di quei tubolari che fanno da barriera tra le zone pedonali e la strada. Per riprendersi e non cadere in terra si aggrappò al tubolare che venne strappato via dal manto stradale assieme a una palla di cemento di una ventina di centimetri di diametro.
Odiava pesare così tanto.
Qualcuno l’aveva vista di sicuro. Cominciò a correre con tutta se stessa. I suoi passi pesanti affondavano nel cemento lasciando buche di un centimetro di profondità e delle piccole nuvole di detriti. Correva forte Eleine alimentata da sentimenti non ben identificati. Un uomo in nero gli si parò davanti, lei se ne accorse quando gli fu a pochissimi metri di distanza.
«Eleine fermati!» Gli urlò.
Come poteva sapere il suo nome? Ma chi erano quei uomini? Non ci pensò su troppo. Gli arrivò addosso e con una manata lo scaraventò di lato buttandolo addosso alla porta automatica dell’edificio adiacente. Porta che fu felice di aprirsi e dargli il benvenuto all’interno della General Engineering con una sensuale voce di donna.
L’uomo urlò per il dolore e rotolò a terra tenendo le mani sopra lo stomaco. Eleine arrivò in un batter d’occhio all’incrocio più vicino. Il sensore di gestione del traffico non fece neanche in tempo a capire che cosa stava succedendo che era già in mezzo al traffico.
Molti inchiodarono, molti sbandarono, molti si scontrarono. Per evitare di venire investiva saltò di istinto e atterrò con il piede sinistro sopra il cofano di una Vestra grigio topo sfasciandogli metà del corpo motore. Tirò fuori al volo il piede sporco di benzina, olio e altra sporcizia varia e riprese a correre pensando solo al fatto che odiava il suo peso più di qualsiasi altra cosa al mondo.
La spensero.
Un uomo in nero andò verso il suo corpo che era rotolato per terra inerme per diversi metri. Stimò che non c’erano danni tali da essere riportati sulle conclusioni del giorno. Mentre muoveva lentamente i vari arti di Eleine venne affiancato da un altro uomo in nero.
«Che confusione» gli disse l’uomo appena arrivato.
«Già. Pensa lei ai danni? Io penso a ELE-1N.»
«Ricevuto.»
L’uomo si allontanò verso l’incrocio. C’era un gran casino di incidenti. Tirò fuori un distintivo dalla tasca e lo tenne in alto in bella mostra. Era una piccola targa di metallo con sopra una faccia stilizzata tagliata a metà e un transistor disegnato alla base.
«Io rappresento la UAIC. La United Android International Corporation. Potete controllare le mie credenziali e il mio identificativo se volete. La UAIC pagherà tutti i danni da voi subiti durante il nostro esperimento. Prego rifatevi a me signori» disse con voce alta e tono importante.
Non si era fatto male nessuno. Con le macchine di quel tempo era tecnicamente impossibile farsi del male in caso di incidenti normali. L’uomo venne inondato di persone che fecero la fila per avere il loro risarcimento. Nessuno era più arrabbiato per quello che era successo. La UAIC aveva il diritto di fare gli esperimenti.
L’uomo che era stato scagliato via da Eleine sopraggiunse nel luogo dell’incidente zoppicando un po’ e tenendosi la schiena e lo stomaco.
«Hey Cristopher» disse tossendo.
«Tutto a posto Adrian?»
«Sì. Mi ha sbattuto via come un fuscello.»
«Non ti preoccupare. Vai da John e vedrai che ti danno un indennizzo questa volta.»
«Non ho fatto cinque anni di università e tre di specializzazione per farmi picchiare dall’androide che ho contribuito a costruire.»
«È un lavoro duro ma qualcuno deve pur farlo.»
Adrian si mise a ridere ma smise subito.
«Non mi far ridere che mi fa male tutto.»
«Sì scusa. Vai ora.»
Adrian si avvicinò all’uomo che era rimasto accanto a Eleine.
«Come sta Maxwell?» Gli chiese l’uomo.
«Io bene capo. ma Eleine ha fallito tutti i test. Non siamo riusciti ad andare oltre al secondo.»
«Mi vuole dire che ha anche raccattato il chip di credito?» Chiese l’uomo con tono rassegnato.
«Sì. Guardi» disse Adrian ed estrasse il chip dalla tasca di Eleine.
«Ha lasciato il nostro attore in terra svenuto?»
«Beh. Sì capo.»
«Che delusione Maxwell. Solo due test. Una giornata di ricerca buttata al vento.»
«Sono sicuro che Eleine non dovrebbe passare così male i test. Forse è la tipologia di test che è sbagliata capo.»
«La commissione alta ha deciso i test da fare. Noi non possiamo farci niente.»
Lì vicino parcheggiò un piccolo furgone nero con sopra scritto UAIC a lettere cubitali bianche.
«Eleine non mostrava nessuna delle routine di auto-adattamento previste. Sembrava un manichino che cammina. Dalle registrazioni si vedeva che a tratti sembrava un androide deficiente della prima generazione se mi perdona il paragone.»
Altri uomini in nero uscirono dal furgone con una barella dotata di rotelle. Dal tettuccio del furgone uscì un verricello telescopico accompagnato da un leggero ronzio metallico. Fasciarono Eleine con delle pesanti corde piatte di plastica e la misero con notevole sforzo sopra la barella.
Gli attendenti della UAIC borbottavano per quanta fatica gli toccava subire. Ne avevano ben donde: gli androidi della sua generazione pesavano molti quintali. La caricarono su e uno degli uomini gli girò il collo, gli aprì una piccola placca sulla nuca scoprendo un piccolo pannello con una presa femmina peta-fire.
Il furgone era pieno zeppo di terminali e apparecchi per il monitoraggio che ricoprivano tutte le pareti. Allungò un filo peta-fire dal terminale principale e lo avvicinò al collo di Eleine ma esitò un attimo. Sapeva che era una cosa stupida ma non voleva fargli male. Ovviamente non gliene avrebbe fatto, era impossibile, ma comunque i suoi istinti primordiali presero per un attimo il sopravvento.
Il corpo di Eleine era stato progettato per rappresentare la summa della bellezza riconosciuta a livello mondiale. C’erano stati molti studi dietro a quel corpo bellissimo, snello, sinuoso e conturbante. I pantaloni stretti cingevano bene le sue forme e i suoi splendidi capelli biondi lisci cadevano con grazia sopra la sua maglietta attillata. Chiunque l’avrebbe trovata bella. Eleine era stata costruita per essere oggettivamente bella.
L’uomo strinse i denti, infilò il cavo e cominciò a eseguire i test standard sulle fibre muscolari sintetiche, la rete neurale, il sistema alimentazione e altro. Un altro uomo chiuse la porta e partirono alla volta della UAIC.
I due uomini rimasti vennero avvicinati piano piano da tutti gli altri osservatori.
«Qualcosa è andato storto per forza e controllare i risultati della rete neurale sarà un lavoro titanico. Ipotizzo che la commissione butterà via tutto il lavoro fatto e ci farà ricominciare da capo» disse il capo, John.
«Ci vorrà molto tempo. Decisamente molto tempo e molti soldi per la UAIC. Forse come dice lei la commissione si muoverà veramente in quella direzione. Ne sono quasi sicuro» disse Adrian.
«Mi pare di capire che ELE-1N ha trovato la nostra presenza ingombrante e ha reagito di conseguenza.»
«Ma nelle routine installate ad hoc per l’esperimento di stamani c’è scritto che non deve dare importanza a noi osservatori. Le abbiamo controllate e ricontrollate.»
«I fatti dicono il contrario Maxwell.»
«Ha ragione signore. Se mi posso permettere vorrei dirle le registrazioni che ho visionato delle postazioni precedenti alla mia mi hanno portato a pensare che Eleine fosse… ecco… turbata. Sì, turbata è il termine che più gli si avvicina. Turbata da qualcosa.»
«Non scherziamo Maxwell, le sembra una considerazione scientifica la sua?» Disse John, «bene signori l’esperimento è finito. Tornate il più presto alle vostre postazioni di pertinenza alla UAIC» continuò.
«Ricevuto!» Urlarono tutti.
John pensò a tutto il tempo che aveva perso quella mattina e sospirò rassegnato. Quello stupido androide non aveva passato neppure il semplicissimo test di camminare in mezzo alle persone senza apparire una persona come tutte le altre.
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