Noia

«Che noia. Non si può procedere in altra maniera?»

«No.»

«Allora perlomeno convieni con me che ci vuole un sacco di tempo.»

«Attieniti al protocollo. Ci vuole quanto ci vuole. E poi prima cominciamo e prima finiamo. Almeno accordo al protocollo.»

«E allora cominciamo, che ti devo dire.»

«Ecosistema?»

«Quattro quattro. Azoto sette otto. Poi un po’ di ossigeno, anidride carbonica. Insomma il solito.»

«Sai che non ti sopporto. Prima finiamo, prima andiamo.»

«Il solito per noi?»

«Dimensione π.»

«Infinita? No aspetta. Ma come infinita? Ma non eravamo in uno?»

«Vedi che non è sempre il solito John. Non ci posso credere!»

«Piantala che voglio finire.»

«Piantala te. Guarda qui piuttosto.»

«Te l’avevo detto io!»

«Lo chiamano numero irrazionale. Credono che abbia infinite cifre.»

«In quale delle curve dovrebbe averle?»

«Delle dimensioni. Tre secondo loro. Più il tempo.»

«Tre? Di qua, di là, di su? Ma di adesso?»

«Tra un po’, prima di adesso e dopo.»

«Ma di là tra un po’?»

«A quanto pare ignorano il concetto di curva.»

John e Tim erano seduti su una di quelle strane panchine arrugginite del porto e gesticolavano puntando nelle varie direzioni le braccia. Si vedeva da lontano che erano turisti. Il loro abbigliamento era pari a quello di chi esce nudo dall’hotel cosparso di pece per poi rotolarsi dentro uno di quei negozi vicini a Central Park.

«Voi due dovete per forza starvene incollati a quel tablet invece di godervi la vacanza?»

Josh era arrivato alle loro spalle. Era un turista di un livello ancora più alto. Non solo aveva la maglietta standard che esprime l’amore con NYC ma era dotato di uno di quei bicchieroni di plastica pieni di ghiaccio, caffè, crema, zucchero e ulteriore ghiaccio.

«Insomma?»

«Non sai cosa abbiamo visto qui in questo tablet» gli rispose Josh.

«Siamo a New York, di cosa c’è nel tablet me ne frega poco.»

«Dimensione π infinita.»

«π? Intendi il numero?»

«Quello» aggiunse Tim con aria soddisfatta.

Josh si fece passare il tablet. C’erano sopra scritto il pi greco. 3.14159 etc.

«Ma la curva è due e quindi dovrebbe essere tre e non tre punto uno quattro e altri numeri.»

«Non a quanto sembra dai dati.»

Josh prese un sorso del suo caffè e la temperatura del ghiaccio gli fece male ai denti.

«Penso sia un posto pericoloso.»

«È il nostro lavoro. Oh scusa, vacanza.»

Josh fece un breve gesto con la testa a Tim.

«Ritirata.»

«Meglio, sì. Curva quattro. Ritirata limite.»

«John vai anche te per favore.»

«Ora arrivo. Procedi pure tu.»

«Curva quattro. Ritirata limite.»

Josh lasciò per un attimo un piccolo vuoto d’aria dietro di sé quando si spostò in curva quattro.

«Che cazzo succede?» balbettò qualcuno che era steso in terra lì vicino.

«L’hai visto? O visti?»

«Dove sono andati? Sono spariti nel, nel nulla!»

«Non è così. Si sono semplicemente spostati in un’altra curva. O meglio questa vostra curva qui si è spostata da un’altra parte» gli fece John.

Il senzatetto era bloccato come se per lui il tempo si fosse fermato. O come se vedesse John parlare infinitamente veloce.

«Io mi annoio da morire in queste escursioni. Soprattutto quando si ha a che fare con queste civiltà come la tue così indietro. Dovremo tornare quando ci sarà anche solo un cenno che capirete come funziona l’universo. Sai. La cosa del vostro rapporto tra la lunghezza della circonferenza e quella del suo diametro. Non è quel numero infinito. È semplicemente tre. E questo perché lo spazio è curvo e non fatto di un numero finito di dimensioni come ancora pensate.»

John si alzò dalla panchina e si stiracchiò un po’.

«Che corpo strambo che avete voi. Ma è divertente confondersi tra la gente quando si visita un posto nuovo o no?»

Tirò fuori dalla tasca un piccolo disco nero di circa cinque, sei centimetri.

«Questo è un piccolo motore della curva due. Ruota su se stesso una volta sola nella sua curva. Ma significa che per te della curva uno ruota infinitamente veloce. Capisci cosa vuole dire avere qualcosa che gira infinitamente veloce? Energia infinita. Potenza di calcolo anch’essa infinita. Qualsiasi cosa. Penso che ne avreste costruito uno del genere solo tra tipo qualche milione dei vostri anni. Fanne buon uso.»

Il senzatetto si ritrovò con quel disco in mano.

«So che ti sarà impossibile capirlo. Ma a me queste visite in curva uno mi annoiano. Che ci posso fare? Ora addio. Penso che tornerò qui da voi un po’ prima di quanto schedulato.»

John fece per spostare la curva di quella New York un po’ più in là così da dargli la possibilità di raggiungere gli altri in curva quattro.

«Infinitamente veloce. Ed è la curva due. Io sono un abitante della curva quattro. Per me tu e questo tuo piccolo pianeta fatto di sassi e acqua siete tre volte elevati infinitamente a nullità.»

John lasciò uno spiraglio per il suo mondo quel lasso di tempo che bastò perché l’umano si mise a gridare alla vista di quel qualcosa che non avrebbe mai potuto capire.

«Non mi deludere. Fanne buon uso. Darà quella spinta in più alla vostra evoluzione. O vi farà morire tutti. Potrei saperlo ma non sarebbe divertente! Si può pure duplicare all’infinito. Basta che lo stringi un po’ dai lati e lui crea una sua copia.»

«Speriamo che gli altri non se ne siano accorti eh. Josh soprattutto. Se scopre che ti ho dato questa cosa sono problemi. Ricorda queste mie parole. Sei una persona speciale amico mio. Sei il primo su questo tuo pianeta a vedere qualcuno della curva quattro.»

John sparì lasciando per un attimo un vuoto d’aria. Il senzatetto squadrò bene quel piccolo oggetto e nel farlo lo strinse quello che bastava per crearne un altro dal nulla che gli scivolò dalla mani per poi cadere in terra e sdoppiarsi una seconda volta.

Scelse tre cestini ben lontani l’uno dall’altro e ci posò i tre dischi imballandoli con cura all’interno dell’immondizia preesistente.

Non era la giornata per quel genere di cose.

Epilambanein by Francesco Bigiarini is licensed under CC BY-NC-ND 4.0