Infinito di niente

L’effetto Droste è un esempio di mise en abyme ovvero un’immagine che appare ricorsivamente dentro sé stessa.

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dw 0xaa55

Questo è un sistema operativo. È un ciclo infinito di niente. Se nell’universo non ci fosse niente allora probabilmente sarebbe un ciclo infinito, per l’appunto, di niente. Esiste il tempo se non c’è niente lì ad invecchiare che lo dimostra? Ma soprattutto ogni quanto può succedere qualcosa?

Quando si parla di un computer è molto semplice. Se la macchina che lo girerà avrà la frequenza di 1 Hertz significa sarà capace di fare un calcolo al secondo. Il sistema operativo quindi ricomincerà il suo ciclo una volta al secondo. Come se fosse un orologio, giusto per fare un rozzo paragone.

Inoltre prima o poi la macchina si romperà e quindi il sistema operativo smetterà quel suo stupido consumare corrente elettrica.

Un essere qualcosa può terminare in un attimo. Potete chiamarla fine, morte, come volete. L’universo quindi è un insieme di cose che cominciano, che fanno qualcosa e che poi finiscono. Non esistono cose infinite ma solo che sembrano infinite.

Così come non esistono cose completamente identiche anche se si parla di qualcosa a livello quantico o abbastanza minuscolo da farci credere che sia sempre lo stesso. Tipo per esempio qualche atomo che gira come un altro di atomo dello stesso tipo. È garantito che girino alla stessa velocità ma non sono la stessa cosa perché non sono nello stesso posto.

Eh già! Questo era una lista delle cagate che amavo dire nei miei video online. Che dire, erano interessanti di sicuro ma tanto da farmi guadagnare abbastanza per diventare uno di quelli che ci vive con i video.

Un déjà vu’ è la sensazione di essere sicuri di aver già vissuto, visto, odorato qualcosa in passato. Tipo di aver già visto cadere una foglia nella stessa identica maniera. Non era vero perché è impossibile che la stessa foglia o una foglia identica cade alla stessa maniera.

È il tuo cervello che non funziona bene a fartelo credere! A me succedeva spesso proprio perché non ero al massimo della forma. Più invecchiavo e più di episodi del genere ne avevo. Forse perché di vita ne avevo, letteralmente, vissuta di più? Forse perché invece il cervello stava peggiorando? Boh, e chi lo sa. Io non lo sapevo e tutti i medici che avevo intorno si limitavano a prescrivermi dei farmaci per rendere i miei sensi il più normali possibili.

Quella sera ero entrato in un bagno per lavarmi le mani, ero uno di quelli che se le lavala spesso. Era un bagno molto brutto e sudicio. Molto probabilmente risalente al decennio precedente. Per qualche motivo avevano messo uno specchio davanti ai lavandini e uno sopra gli urinatoi dietro di me.

I due specchi erano esattamente alla stessa altezza e della stessa dimensione. Si riflettevano uno sull’altro creando una sequenza di riflessi sempre più piccoli che sembravano finirsene all’infinito.

Mi pareva di averla già vista quella sequenza ma vi assicuro che in quel locale di merda non c’ero mai stato anche perché aveva aperto da due giorni e prima c’era stata solo la struttura di cemento armato per tipo venti anni.

Presi in mano il mio cellulare, selfie in modalità portrait!

Quei riflessi finivano all’infinito forse? La risposta che mi frullò per la mente era: impossibile. Se guardi uno specchio da molto, molto vicino smetterà di riflettere perché in fondo è fatto di un materiale che è sì, altamente riflettente, ma di sicuro non perfettamente riflettente.

Eppure l’avevo già vista quella cosa. Magari questo nuovo locale così fancy aveva comprato questi specchi da un’asta di un altro di locale dove ero stato e che era finito in fallimento?

C’era qualcosa di strano in quello specchio, più strano di quello che il misero drink che avevo bevuto ti può far credere esistere. Dopo sette di riflessi parevo diverso, solo in quella settima, tutte le altre erano identiche. Mi spostai un po’ a sinistra per far sì che le riflessioni non fossero proprio in fila così da vedere se riuscivo ad inquadrare bene.

Avevo una tuta blu da capo a piedi con un cerchio bianco ricamato sul petto. La paura mi attanagliò, le mie mani tremavano e le mie natiche si strinsero. Feci per fare un video ma il mio cellulare si era spento. La musica del locale smise improvvisamente.

Il tizio in tuta mi sorrise e puntò con l’indice della sua mano destra alla sua sinistra facendomi segno di spostarmi. Girai lo sguardo. La porta di ingresso del bagno ora non c’era più, solo il muro.

Non avevo dove andare e non sapevo perché. Sapevo solo che provavo paura. Fece segno con maggiore insistenza e battè il dito sul polso sinistro dove non aveva un orologio a farmi capire che c’era poco tempo a disposizione.

Feci due passi con gambe tremanti. Improvvisamente niente più puzzo di piscio. C’era una tuta blu pronta per me. Non era un déjà vu, non era il mio cervello che non ingravana ad arte. Ora me lo ricordavo bene.

La presi in mano. Era completamente blu se non per quel cerchio.

Io sono una persona speciale cazzo.

Epilambanein by Francesco Bigiarini is licensed under CC BY-NC-ND 4.0

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