Non so cosa pensare. Non riesco a pensare a niente nel senso vero della parola, non voglio farlo e non lo farò mai più. Anche queste parole mi escono così senza che io le elabori prima. La mia mente non è più ciarliera, dentro di me ho il vuoto completo.
La gente mi chiede se ho qualcosa da insegnargli, mi supplicano di poter diventare miei discepoli, di potermi seguire ovunque. Mi chiamano maestro. Ma io non sono maestro in nulla e non ho niente da insegnare. Pensare che fino a tre giorni fa ero una persona come tutte le altre, come tutte le altre del mio quartiere per essere precisi.
Ero un drogato, ci andavo pesante con le sostanze psicotrope. Ero anche uno spiantato ma per mia scelta personale dato che m’ero licenziato da poco tempo dalla KKK ltd. Io ero così, tutte le volte che guadagnavo qualcosa lasciavo il lavoro e me ne andavo in giro col cervello sballato finché non mi rimanevano in tasca neanche i soldi per una pasticca. Ma quello non era mai stato un problema, no davvero. Una volta a quel punto mi davo una ripulita, facevo un paio di colloqui. Ripetere.
Tirate le somme ero una sorta di funzione periodica che viveva di luci e di ombre allucinogene. Non importava quanto andassi in fondo dato che tutte le volte risalivo altrettanto velocemente fino alla cima. L’importate, per me, era capire bene quando ero al punto di massimale ma soprattutto quando stavo raschiando il fondo.
Potevo starmene un mese con i capelli in piega, splendida blusa e nodo perfetto alla cravatta a esaltarmi per le nuove eleganti soluzioni adottate dai miei datori di lavoro. Una di quelle vite fatte di pacche sulla spalla alla: “è lui il nostro uomo” e tanti progetti finemente intrecciati con quelli della mia azienda.
Potevo stare un mese a tirare avanti a flebo di zuccheri, droga, vomitate su vicoli bui, scopate con sporche donne lardose, droga, sessioni di gioco interminabili, tante tastiere e monitor spaccati su persone o cose e soprattutto tanta droga. Per me era lo stesso. Erano due stili di vita che semplicemente si alternavano e in ogni singolo momento della mia vita non ho mai sofferto la mancanza dell’altra vita che non stavo vivendo.
Adesso ci sono molti drogati, ovvio, la droga è legale. La gente l’aveva chiesta per anni ed eccola qua. Ora il governo ci guadagna alla grande con la vendita di droghe leggere e pesanti tant’è che è una delle entrate ordinarie più remunerative. Si sta bene: niente delinquenza, niente associazioni malavitose impelagate con commerci illegali e niente più recessione economica. Ci sono però una serie di diritti, doveri e regole che la psico-polizia, il corpo di tutori dell’ordine creato ad hoc per gestire i drogati, fanno rispettare con il pugno duro.
Diritti del cittadino: avere accesso a qualsiasi droga inventata e inventabile dall’uomo o dalla natura, un cartello dei prezzi stabile, cure disintossicanti a spese dell’amministrazione in caso di palesi problemi di dipendenza, controlli medici periodici gratuiti, locali specializzati dotati di medici specialisti dove poter consumare in tranquillità, assicurazione personale contro danni mentali irreversibili alla propria persona, una simpatica newsletter che arrivava una volta alla settimana con tutte le ultime novità e infine la più importante di tutte: la sicurezza personale.
Doveri del cittadino: non rompere il cazzo.
Più prosasticamente parlando il governo semplicemente non vuole che la droga sia una piaga sociale come lo è stata in passato.
Ti beccano in strada drogato a danneggiare la gente? (Con danneggiamento si intendeva tutto quello che va dal “ehi bella figa” a un agguato a colpi di arma automatica esplosi all’impazzata sulla folla). Gli psico-sbirri ti ammazzano.
Ti droghi e guidi? Gli psico-sbirri ti ammazzano.
Compri roba di contrabbando? Gli psico-sbirri ti ammazzano.
Assumi droghe che in quel periodo sono nella lista delle sostanze momentaneamente sospese? Gli psico-sbirri ti ammazzano.
Vendi droga? Somministri droga agli altri? Tieni la droga in casa? Insomma fai con la droga qualsiasi cosa che non sia assumerla e startene zitto? Ci siamo capiti.
Data la situazione legislativa attuale tutte le sere di quel mio periodo che posso chiamare discendente sono o allucinanti o a suon di pugni. Le due cose con possono coincidere pena la morte. Quella sera di tre giorni fa ero in una di quelle del primo tipo.
Dato che ero drogato non reagì in alcun modo quando presi quella tastierata sulla mascella. Era una di quelle tastiere pesanti con gli angoli rinforzati in metallo che si potevano trovare tipicamente nei locali pubblici, costruite con quella struttura perché durassero almeno due/tre risse.
Arrivò veloce dalla mia sinistra. Mi colpì col lato dove c’era il FN e l’ALT, quello sinistro per capirsi. Nel colpo l’ESC, il TAB, la A, F1 e il mio premolare superiore sinistro volarono via cadendo a due metri da me in mezzo alla selva di fili in terra. Klide si era incazzato e m’aveva colpito a tradimento, il bastardo.
M’ero calato un francobollo di LSD da poco tempo ed ero in quel particolare momento in cui il viaggio allucinante stava per partire. È una fase molto delicata e importante. Se l’LSD non viene preso con fare coscienzioso può fare male, molto male. Non sto parlando delle cellule del cervelletto che si bruciano per sempre. Parlo del fatto che se hai qualche pensiero negativo, qualche dolore insito dentro di te, qualche demone che abita nella tua testa allora esso viene ingigantito, arricchito della dietilamide dell’acido lisergico e può finire per mangiarti.
Pochi secondi prima di ricevere quella periferica di input sul grugno stavo osservando i miei sensi mescolarsi. Vedevo il suono nella mia mente e mi divertivo a rimirare quegli spruzzi colorati simili a gerbere che crescevano ad ogni colpo di cassa del sottofondo techno del locale. Avrei dovuto ascoltare qualcosa di più calmante e distensivo, magari un disco sperimentale ma quello passava, per l’appunto, il locale.
Il dolore mi si materializzò come una spirale di babbuini che scivolava via a sinistra fin fuori il mio cono visivo con effetto a grandangolo. Ogni scimmia aveva la sua brava macchina da scrivere, grande, nera e piena di tentacoli che mi colpivano ripetutamente con i loro caratteri a spaziatura fissa imbrattati di inchiostro nero splendente come l’arcobaleno. Non scrivevano niente di che però. Stavano correggendo la prima bozza di un racconto di fantascienza che sarebbe poi stato pubblicato postumo nell’appendice della riedizione economica dell’unico bestseller della loro vita.
A un tratto tutte le scimmie montarono sopra i loro strumenti del mestiere e in un ritorno di carrello più piroetta mi mostrarono i loro sederi rossi che messi assieme si produssero in una spirale archimedea di sangue bollente e strisce di dolore acuto.
Mi passai la lingua dove non avevo più il dente. Mi sembrava di leccare il fondo di tutto il Grand Canyon. Sentivo distintamente l’acqua calda del fiume Colorado e lo strano sapore della sabbia rossa.
M’aveva fatto partire un dente il bastardo. Torsi un attimo il collo per liberare la testa dalla pozza di sangue, del mio sangue.
«Bastardo! Perché hai rilanciato sulla mia asta brutto cheater di merda! Quell’oggetto era mio!» Mi urlò lui con voce bitonale.
In effetti gli avevo fregato all’ultimo quell’oggetto su cui lui aveva lavorato duro gli ultimi giorni. Il noob rincorreva una build da barbaro con doppia arma e per quello aveva scommesso su un’ascia identica a quella che aveva già. Ottenendola avrebbe completato il set epico unholy infected blood suit of the filth demon blah blah. Sì, gliel’avevo fregata ma l’avevo fatto così tanto per scherzare tanto di soldi ne avevo da scialacquale. Lui però se l’era decisamente presa.
Si mise a maneggiare col mio computer portatile sul tavolo sopra di me. Eravamo in uno di quei locali dove se vuoi giocare il computer te lo devi portare da casa e io ero venuto per giocare.
«Non toccarlo» gli dissi.
«Mi riprendo ciò che è mio cheater di merda.»
Era idiota per due motivi, anzi tre. Il primo era perché aveva infranto l’unico dovere del drogato. Il secondo era perché ancora non aveva imparato che gli oggetti leggendari del gioco non potevano essere trasferiti da account ad account. Il terzo era perché si era scordato che il sistema di sicurezza del mio portatile era, per usare un eufemismo, un po’ aggressivo. Lo tenevo sempre in stato di sicurezza attiva quindi non si poteva maneggiarlo con i guanti pena blocco del sistema, ma almeno avrebbe potuto provarci.
Appena i sensori della tastiera si resero conto che chi ci teneva le dita sopra non aveva le mie impronte digitali si affrettarono a ordinare al kernel che era in atto un’intrusione. La 220v frisse Klide e la batteria interna del mio computer. Cazzo mi dispiaceva. Il ricevitore Tesla del mio portatile s’era rotto da tempo e non l’avevo mandato a riparare dato che mi era scaduta la garanzia. Avevo dimenticato pure il cavo di alimentazione a casa ergo non c’era modo di ricaricare la batteria in loco e quindi per quella sera era game over. Cazzo come mi dispiaceva.
Si rialzò. Era resistente, il bastardo. Mi venne al collo con gli occhi di chi non vuole farti soffrire ma solo ucciderti velocemente. Mentre li dolore mi appariva come tante torri Eiffel che si squagliavano come budino alla vaniglia sopra un mondo tondo e piatto cosparso di cocci di bottiglia (di birra se mi ricordo bene) lo vidi. Non ero mai stato così contento di vedere uno psico-sbirro in vita mia.
Flaccido, brutto, con la pancia da bevitore, sudato, coi capelli unti e quell’espressione accigliata in faccia. Un tipico psico-sbirro che va sempre in giro con a fianco il tipico collega. Portavano l’uniforme verde, l’elmetto simil-militare, lo sfollagente elettrico, manette, pistole, fucili e gli stivaloni fino al ginocchio anche d’estate. Sul petto spiccava una spilla di argento che rappresentava il simbolo astratto dell’organizzazione dei legami atomici dell’LSD (C20H25N3O), la droga più remunerativa. Uno dei due psico-poliziotti aveva un tester in mano, un piccolo apparecchio rettangolare con schermo.
Cercò di liberarmi dalla stretta delle mani di Klide ma non ci si impegnò molto a dir la verità. Ci avrà messo sì o no la forza di un bambino di tre anni che immagina un futuro da ballerino classico.
Giù botte. Davano gran manganellate, ben piazzate, buona postura del corpo, erano decisamente due professionisti. Io ne avevo visti di pestaggi ma quello mi lasciò positivamente colpito. Forse la loro esecuzione mi piaceva così tanto perché la droga esaltava i pregi dei miei salvatori, chissà.
Uno dei due piedi psico-piatti appoggiò il sensore sul dorso della sua mano e lo bucò. L’altro si limitò invece a continuare a darci di manganello. Ci vollero dieci secondi perché il sensore analizzasse la goccia di sangue raccolta. Lo schermo si fece tutto blu.
«Positivo» ruttò il minuscolo altoparlante del sensore.
Si guardarono e prima di sprecare il proiettile controllarono se si erano già portati avanti col lavoro ma niente da fare, Clyde era ancora vivo, il bastardo. Lo psico-sbirro poggiò con delicatezza il sensore sopra il tavolo, estrasse la sua pistola d’ordinanza e gliela puntò in mezzo agli occhi. La musica si interruppe e il gestore del locale agguantò velocemente il microfono facendo fischiare tutte le casse.
«No vi prego. Dopo mi tocca pulire.»
Lo psico-sbirro fece spallucce e legò le manette a un polso di Clyde e cominciò a trascinarlo fuori aiutato dagli inservienti di sala. La musica riprese e l’altro psico-sbirro venne da me.
«Sta bene?» Mi disse.
Il suo alito sapeva di cipolla. Le sue parole mi apparivano come un’infinita serie di specchi non affetti dalla prospettiva che si infrangevano sulla mia fronte uno a uno penetrando dentro di me e ferendomi dall’interno in un roteare casuale.
«Oh sì. A parte l’arcata dentale compromessa» gli dissi. Mi parve di parlare con voce non mia.
«Vuole essere ricoverato?»
Venni raggiunto da un dottore dello staff che si chinò su di me e mi mise le mani in bocca. I suoi guanti di plastica sapevano come di whiskey caldo bollente bevuto appena svegli dopo una sbronza.
«O grashie sto ene.»
«La mascella non è rotta» fu la diagnosi.
«I soldi per la ricostruzione dentale sono a carico dell’erario. Può recarsi da un dentista convenzionato anche adesso se vuole.»
«Shi grashie. Shi ango oattina.»
Finalmente il medico mi tolse le mani di bocca e mi medicò la guancia. La musica riprese a martellare di brutto.
«Tum tum tum tum tum tum tutum tum tum tum tum.»
La fine di Clyde era stata solo un contrattempo lungo un istante. Che squallido.
«Prego consideri questo regalo da parte della direzione» mi disse il medico e mi diede un paio di pasticche.
Una era verde e una era blu ma non ne ero sicurissimo date le mie percezioni alterate di quel momento. Forse erano anfetamina boh.
«E ci perdoni» continuò il dottore.
Mi sparò la luce di una piccola torcia elettrica nell’occhio destro per controllarmi la pupilla. Dal mio punto di vista sparare non era un disfemismo.
«Non esageri mi raccomando. Se ha ancora bisogno non esiti a chiamare la direzione. Buon divertimento e ci scusi ancora» disse e se ne andò via dal mio cono visivo.
«Grazie» gli risposi. Non so però se la mia bocca pronunciò veramente quelle parole.
Presi le pasticche e le ingollai. Mischiare un potente allucinogeno con altri due tipi di eccitanti non è bene. Lo dico col senno di poi. Fu lì che la mia vita cambiò. Ma non lo feci apposta, m’ero scordato di essere sotto LSD. Forse provai a vomitare dopo essermi accorto dell’errore ma non ne sono sicuro.
Di lì in poi mi ricordo tutto a sprazzi. Ricordo che me ne andai dal locale. Volevo tornare a casa a prendere il cavo di alimentazione del mio portatile per poter continuare con la sessione. Il mio cervello volava veloce, il mio cuore anche, le ghiandole sudorifere pure. Il battito andava talmente veloce che mi faceva male il petto.
Barcollavo o forse era tutto il mondo attorno a me che lo faceva. Sulla mia mano destra che vedevo costellata di tutti gli innesti intramuscolari che avevo sempre sognato stringevo il mio portatile. S’era orrendamente graffiato sulla copertura esterna, forse l’avevo trascinato per diversi metri. Mi maledicevo ora, inveivo pesantemente contro la mia persona dato che quel portatile l’avevo pagato un casino.
Un punk si mise a guardarmi. Dato che non sembrava alto due metri ne evinsi che ero steso in terra. Mi faceva dei gesti come per dire colpiscimi, dai colpiscimi ma anche se stavo malissimo non ero certo rincoglionito per bene. Mica rischio di infrangere il dovere del drogato per uno come lui che ascolta della musica ridicola.
«Vattene. Lasciami in pace» gli dissi.
Lui si abbassò e mi rise in faccia. Prese la sigaretta mezza consumata che teneva in bocca, la spense dentro la bottiglia di birra che tenevo stretta sulla mia mano sinistra e se ne andò. Me ne accorsi solo solo allora di essermi comprato da bere. Era una birra piena, rinfrescante e della mia marca preferita. Me la scolai tutta. Avevo veramente sete.
Camminavo in un mondo dalle connotazioni reali e immaginarie. La luna passò un paio di pleniluni e noviluni su nel cielo. Mi misi a sedere sul marciapiede, anzi c’ero già. Mi ero fatto male con la bottiglia rossa ma non feci niente se non constatarlo. Aprì il mio portatile, lo accesi ma non andò oltre il boot e si spense subito. La batteria era proprio giù e la tastiera era piena di sangue.
Girai il portatile sottosopra e tirai un cazzotto al lato dov’era allocato il ricevitore Tesla. Niente. Continuai a prenderlo a pugni sbagliando spesso bersaglio e colpendo il marciapiede lì intorno. Mi ruppi la mano. Il nuovo dolore se la batteva ad armi pari con il taglio che avevo sulla mano sinistra e con il mal di testa leggendario.
Forse dormii, forse semplicemente rimasi lì a lottare con le visioni terribili che abbacinavano la mia mente, non so. So solo che improvvisamente un rumore mi destò dalla mia posizione supina. Non era un rumore che spiccava sul casino che avevo intorno ma bensì era un rumore familiare, che avevo sentito migliaia di volte.
«Naim is online.»
Pensasi che con le buone si ottiene tutto. Il ricevitore Tesla si era agganciato alla rete di distribuzione wireless dell’energia elettrica, la batteria si stava ricaricando e il sistema operativo si era avviato.
Mi rotolai davanti allo schermo. C’era uno taglio gigante che lo squarciava a metà e qualche migliaio di dead pixel. Il mio povero schermo. C’era una chiamata sullo IM. L’aprì. La ripresa in prima persona di qualcuno apparve sullo schermo e cominciò a inveire con discorsi riguardanti la mia attuale posizione e sul perché ero sporco di vomito.
Feci partire il gioco, immisi la password, sbagliai, la scrissi di nuovo, vomitai acqua e sangue, cominciai a vedere bianco e mandai in stand-by il mio computer prima di arrendermi al fatto di essere finito in overdose.
Se essere morti vuol dire sentire l’affanno indicibile del dolore che ti smembra gli organi interni, te li mischia a caso, te li riaggiusta e così via iterativamente allora posso dire che sono stato morto per parecchio. Che sfortuna. Molti svengono invece a me era toccato il dormiveglia allucinogeno.
Aprì gli occhi. Ero in una bella stanza candida, pulita e con degli eleganti mobiletti che si mimetizzavano con lo sfondo. L’umidità era controllata ad arte dall’impianto di aria condizionata. Mi prudeva un po’ la testa e ci sentivo un bel freschino. Feci per grattarmi ma non potevo muovermi. Ero a sedere in una stretta sedia di alluminio con gambe, braccia, mani e piedi bloccati in più punti da delle ganasce di metallo imbottite di morbida piuma. Anche il collo era fisso, veramente fisso, non potevo muoverlo di un solo millimetro. Potevo spaziare per la stanza solo nei limiti della rotazione dei miei occhi.
Ero vestito di un morbido camice di cotone blu, di quelli leggeri. A giudicare dall’intorpidimento del mio sedere ero a sedere lì da molto tempo. Dei piccoli fori sulla sedia mi spruzzavano dell’aria leggera massaggiandomi schiena, sedere e gambe. Non stavo male anzi posso dire che stavo davvero bene, dannatamente bene.
Ora che ne presi coscienza non ero mai stato così bene in tutta la mia vita. Mai una droga mi aveva fatto sentire così. Era una sensazione indescrivibile. Era come se il piacere che provavo invadesse a cascata ogni singolo muscolo del mio corpo. Era più o meno come quella sensazione che si ha qualche secondo prima di avere un orgasmo solo che ora era continua e migliore. Una figata.
Non so dire quanto io sia rimasto lì ancorato a quella sedia. Il piacere mi inebriava e mi faceva dimenticare cosa fossero il tempo e lo spazio. Mi resi conto di vivere ancora sulla terra e non in paradiso quando la porta automatica di fronte a me si aprì con un impercettibile soffio. Entrarono un uomo e due donne con camici e babbucce bianche e mi vennero incontro.
L’uomo era un quarantenne alto, muscoloso, folti capelli lisci marrone chiaro con qua e là dei ciuffi bianchi tirati all’indietro e raccolti a coda di cavallo. Aveva un viso gentile e lineamenti oggettivamente belli. La donna alla sua sinistra era una splendida trentenne dagli occhi chiari, un sorriso fine, capelli neri a grandi boccoli che gli cadevano sulle spalle e un corpo conturbante. Anche l’altra era sui trenta, la più alta dei tre, capelli corti chiari come la cocaina addizionata e corpo da modella.
Quando mi furono davanti lessi le loro targhette color oro: erano tre medici neurologi statali.
«Si è svegliato» disse il dottore sorridendomi dolcemente.
Era il sorriso che può donarti solo tuo padre, anche le altre due dottoresse mi mostrarono i loro denti bianchissimi. Mi sentivo bene come ci si sente tranquilli e riposati quando si è a casa circondato da tutte le persone che ami; addizionato al fatto che godevo fisicamente.
La dottoressa bruna tirò fuori dalla tasca un piccolo fazzoletto di un rosa tenue e me lo passò davanti alla bocca.
«Un po’ di saliva» mi disse con voce quasi impercettibile.
«Grazie» gli dissi, «dove sono?»
«All’ospedale centrale statale» mi disse il dottore, «l’hanno portata quì, era in overdose.»
«Noi teniamo alla salute dei nostri cittadini. Volevamo farle le scuse ufficiali del governo» disse la bionda guardandomi dritto negli occhi.
«Scuse?»
«Sì. Un medico statale le ha dato delle sostanze psicotrope senza né effettuare controlli di routine sul suo attuale stato fisico né accertarsi se poteva dargliele» disse il dottore.
«Sì mi ricordo qualcosa. Voleva sdebitarsi per il colpo di tastiera che m’ero beccato.»
«Per l’appunto. Il governo le chiede nuovamente scusa anche per l’aggressione subita. Comunque le comunico che chi ha sbagliato è stato esonerato dal suo incarico e giustiziato come da leggi vigenti.»
La bionda mi appoggiò una mano sopra il camice e scherzò un attimo con la collega facendogli notare che mi ero eccitato. Io feci finta di niente e chiesi se potevo andare via.
«No non può» disse il dottore assumendo per la prima volta un’espressione accigliata, «l’abbiamo dovuta operare e per il momento è legato a questa macchina. Lei è stato in assenza di attività neurale per molto tempo. Non abbiamo saputo classificarlo con precisione però.»
«Visto che noi teniamo a ogni singolo cittadino l’abbiamo sottoposta a un trattamento speciale per risvegliare la sua attività neurale e riportarla a uno stato di operatività normale» mi disse la mora.
«Sente qualcosa di particolare?»
«Sento un piacere fisico intenso da quando mi sono risvegliato. Mi formicola anche un po’ la testa. Mi prude.»
«Piacere dice?» Mi chiese il dottore per poi girarsi a incontrare gli sguardi perplessi delle due dottoresse.
La bionda guardò sopra di me e aggrottò la fronte.
«È possibile» disse.
«Sì. Ma devo stare per forza così legato?»
«La sua calotta cranica è stata asportata per l’intervento. Ma non si preoccupi verrà ripristinata, capelli compresi. Ora il suo cervello è immerso in una soluzione fisiologica e connesso a questa macchina. Le stiamo stimolando internamente la riproduzione neurale in modo da poter riparare il danno subito durante l’overdose. Recupererà inoltre tutta la materia neurale persa durante il suo percorso di consumatore di sostanze psicotrope. Lei deve ritenersi fortunato, questo trattamento è il più moderno esistente al mondo.»
«Le stiamo lavando il cervello» mi disse la bionda con sguardo dolce e amorevole, «il governo tiene a lei. Abbiamo deciso noi per lei in quanto non abbiamo trovato suoi parenti.»
Tirò fuori di tasca un piccolo specchio rotondo più fard e lo orientò in modo che potessi vedere. La mia testa era incastonata sulla cima di un gigantesco tronco di piramide quadrata rovesciato. Sopra di esso decine di piccoli schermi piatti mostravano ogni mio singolo parametro biometrico.
Io mi impaurì come non mi era mai capitato e sì che di paure ne ho prese nella mia vita. Le braccia e le gambe mi tremavano neanche fossi stato a venti gradi sotto zero, gridavo e cercavo di staccare via le ganasce che mi tenevano inchiodato a quella sedia.
«Non si muova! Si farà male!»
Mi muovevo a spasmi come vittima di uno shock anafilattico. La testa mi prudeva sempre di più e non potevo di certo grattarmi la materia grigia.
«Signorina l’anestetico presto!» Ordinò il dottore.
«Attività neurale anomala. Valori vitali fuori scala» disse una voce robotica che sembrava entrarmi direttamente dentro le ossa.
«Ma morirà!» Urlò la bionda.
«Guardate i valori. È incredibile. L’accrescimento neurale sembra procedere esponenzialmente» sussurrò la mora indicando col dito un punto una decina di metri sopra di me, «migliaia e migliaia di nuovi neuroni stanno nascendo e quelli latenti mostrano attività elettrica. È la cosa più bella che io abbia mai visto.»
«Al diavolo!» Urlò il dottore.
Con tre falcate si fiondò al mobile lì vicino e tornò con una siringa in mano. La mora lo bloccò contrapponendosi tra me e lui.
«Non glielo posso permettere! Non è etico dottore!»
Io urlavo e mi dibattevo sempre più forte. Ormai la paura era diventata qualcosa di più, era un malore che mi cresceva da dentro e il piacere gli andava a braccetto. Da quel punto in poi non posso dire se urlassi più per la paura o più per l’orgasmo mentale diventato ormai insostenibile.
Quando entrò a spron battuto la squadra medica delle emergenze con tutti i loro strani apparecchi io già avevo cominciato a veder splendere tutti gli esseri viventi. Mi sembrava di non essere più né in questo mondo né in un altro posto fisico. Il mio io galleggiava libero in un mare di tranquillità senza colore e ogni singola scheggia di nulla mi rendeva qualcosa di diverso. Rividi tutto quello che avevo passato e non solo. Mi vidi in moltissimi altri posti sconosciuti e mi balenarono in mente mille e più volti di persone che non avevo mai incontrato. Non so perché ma nonostante io fossi sicuro di non aver mai avuto a che fare con quei luoghi, persone ed eventi comunque sentivo che un angolo recondito della mia mente me li mostrava come familiari.
Poi smisi di pensare e dischiusi gli occhi per aprirmi al mondo esterno. Tutti i dottori che si muovevano nervosi attorno al mio letto con cartellette in mano e discorsi in esperanto medico in bocca si fermarono a guardarmi estasiati.
Io gli sorrisi, mi alzai a sedere sul letto e mi passai una mano sulla testa. Ero fasciato di garze ma perlomeno avevo di nuovo la mia calotta cranica. Scesi con i piedi in terra e mi misi le morbide ciabatte di cotone che vi trovai. Nessuna delle persone che avevo attorno mi staccava gli occhi di dosso o proferiva una singola parola.
Non pensare è bellissimo, una delle sensazioni che ogni singolo essere vivente dovrebbe provare. Me ne andai con passo lento senza bisogno di delineare nella mia mente quel movimento. Non ero più il me stesso che vive nell’impercettibile istante che è il presente, ora ero la summa di tutto quello che ero stato e la cosa era fantastica.
Sentivo un po’ freddo. Il camice che avevo addosso era molto leggero e non era legato sul didietro lasciandomi scoperte spalle e gambe. Percorrevo il corridoio dell’ospedale e tutti si fissavano a guardarmi imbambolati. Un paziente che era lì fuori davanti una finestra aperta franò in terra in ginocchio quando gli passai accanto. Io gli misi una mano sulla spalla.
«Cosa fai? Perché ti inginocchi di fronte a me?» Gli chiesi.
«Io. Non so. Vi prego siate il mio maestro.»
Quell’uomo fu solo il primo di tanti a chiedermelo. Non so come sia chiamata questa mia condizione. Forse qualche religione ha un termine adatto che identifica il mio stato trascendente di quiete interna ma non ne sono sicuro.
Quella macchina mi ha reso quello che sono ma non ha ripetuto quel miracolo di nuovo. Avrei voluto che tutti gli uomini mi raggiungessero nella mia sfera del non pensiero ma ora sono dell’idea che la strada che io ho percorso non potrà essere riproducibile e che comunque sia una cosa sbagliata.
Forse non è stata colpa solo di quella macchina. Io avevo già dentro quel mio inevitabile percorso e c’è voluto solo un piccolo aiuto per portarmi laddove non avevo mai neanche pensato o provato ad arrivare.
Io sono una persona speciale. Sono e sarò per sempre il solo e unico essere umano che ha raggiunto artificialmente il paradiso.
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