Sottoinsieme dell’apparenza

Emma era una persona normale. Aveva uno dei nomi più comuni al mondo: le due vocali più scialbe, una delle consonati che finisci a volte per scambiare con un’altra e sei costretto a sillabare bene il tuo nome. Aveva una statura nella media, occhi marroni, capelli di colore incerto, seno tra la zero e la prima e quantità di cellulite in linea con la sua età. Sai, quello persone che vedi in fila alla cassa del supermercato e la gente finisce per rubarle il posto come se fosse mimetizzata tra le gondole dei coloranti per capelli e gli shampoo che promettono l’eliminazione delle doppie punte.

Era da un po’ che la osservavo rimbalzare tra le colonne con le telecamere di riconoscimento facciale. Usciva da casa alle 07:15 (più o meno), prendeva la sua bicicletta un po’ arrugginita, andava a lavorare (non so cosa facesse di preciso all’interno della propria azienda), pranzo frugale in ufficio (ipotizzo), riprendeva la sua bicicletta, veloce verso casa giusto in tempo per la sua apericena a letto (sempre un’ipotesi).

Il mio sì che era un lavoro noioso. Mi toccava stare all’ufficio del Ministero della Salute Pubblica e dell’Evoluzione dalla mattina alla sera aspettando che una telecamera identificasse la mia Emma. Non cambiava mai niente. Le telecamere che si attivavano erano sempre le stesse. Potevo schioccare le dita e avrei sbagliato forse di un paio di secondi l’accensione di un segnale di riconoscimento.

Questo perché la mia piccola Emma (così mi piaceva chiamarla) prendeva sempre le stesse strade, non indossava mai un paio di occhiali da sole che potevano far calare il tasso di positività al riconoscimento di uno 0.1%, difficilmente cambiava pettinatura, mai una serata fuori, niente di niente.

I miei colleghi si prendevano gioco di me. A loro erano assegnati potenziali infiltrati politici, criminali, terroristi et cetera. A me invece una trentenne che sì o no era una 20 o poco di più.

Eh sì la mia Emma era forse una 20 ma questa era solo una mia ipotesi. Non aveva nessun tipo di account social satellite e non avevo trovato alcuna voce di registro riguardante interventi estetici. Una 20. Sì. Aveva cambiato solo un 20% del suo corpo. Altrimenti sarebbe stata più bella. Di sicuro. Delle labbra più carnose? Un po’ più seno? Occhi cangianti tra il verde, l’azzurro e il rosa? Qualcosa di sicuro se l’era fatto, magari si era sbiancata il buco del culo. Era un intervento che andava molto di moda. Non è bello vedere un culo color grigio topo quando sei proprio nell’atto di penetrare.

E poi suonò la sirena, così la chiamiamo noi. Non sentivo quella vibrazione sulla mia tastiera da anni. L’ultima volta è quando seguivo quel tizio che voleva farsi esplodere in piazza, non ricordo il nome. Il sistema aveva dedotto che sarebbe uscita stasera. Un appuntamento con un ragazzo! Uno vero! Uno dei suoi colleghi? Non vedevo nulla online perché non c’era niente di niente da vedere. In-cre-di-bi-le! Avevo degli impegni anch’io stasera ma tutto sarebbe saltato per seguire la mia piccola Emma. Beh, volente o nolente si capisce. Non sarà stata una terrorista ma se il Ministero me l’aveva assegnata un motivo ci sarà stato.

Comparve sul mio terzo monitor una ripresa satellitare livello 2 del quartiere della mia piccola. Al centro c’era un piccolo cerchio azzurrino e semi-trasparente con al centro un puntino un po’ meno trasparente. Una ripresa con risoluzione talmente alta che potevi distinguere oggetti larghi 5 centimetri.

«Deduciamo che faranno un aperitivo nel raggio di 87 metri da questo punto, poi una cena nel raggio di 1562 metri. Abbiamo comunicato all’azienda della nostra osservata che ci diano i permessi per ascoltare le conversazioni ambientali» mi informò l’AI principale.

Qualche idiota di psicologo se n’era venuto fuori con l’idea che in casi importanti era più rassicurante per un impiegato sentirsi spiegare le cose a voce invece di leggersele a schermo. Che stupidata. Mi toccava ascoltare la cazzo di AI parlare con la sua voce sensuale invece di leggere la stessa informazione in un decimo del tempo. O anche meno. Io leggo 200 parole al minuto.

Feci per controllare a che punto era la procedura per ottenere i dati. Sarebbe stato ottimo sapere al volo dove sarebbe andata senza stare a seguirla e cercare di indovinare ad ogni svolta presa.

Il mio mouse si bloccò e io esalai un respiro che neanche dovessi spolverare via ogni singolo atomo di sudicio accumulato sul mio monitor.

«Può comunicarcelo a voce» mi disse, o meglio intimò, l’AI.

Se la AI avesse avuto una faccia sono sicuro che ora avrebbe stampato un sogghigno di quelli da super-villain vecchia scuola. Questa volta esalai aria dal mio naso mentre un mix di pensieri mi balenò in testa. Il primo era che rumore avrebbe fatto il collo dello psicologo padre di questo teatrino se l’avessi triturato con uno schiaccianoci lungo un metro e l’altro se le CPU bruciavano bene quando immerse nella lava.

«E va bene. L’azienda ha risposto?» chiesi con la voce più robotica che potevo fare e podendo l’accento su ogni singola vocale.

«No. Per ora fanno ostruzionismo» mi informò l’AI dopo circa un secondo.

Beh sono sicuro che l’AI avrebbe potuto rispondermi in un millisecondo ma ero convinto che chi l’aveva progettata aveva impostato un numero tra 1 e 2 secondi di attesa prima di un resoconto audio. Questo instillava nell’interlocutore la sicurezza che il computer aveva impiegato del tempo ad elaborare una risposta e che non fosse un qualcosa generato così al volo.

E questo mi faceva incazzare ancora di più.

«Un’azienda come quella non può fare ostruzionismo. Devono rispondere entro un’ora. Ti ricordo che noi siamo il Ministero» dissi io ora con sorrisetto incorporato rivolto alla telecamera più vicina.

«L’azienda ci informa infatti che ci girerà i dati ambientali entro 3600 secondi, non un secondo di più.»

Era un’ora ad orologio. Maledetti bastardi neo-liberisti e la loro privacy. Aspettare un’ora è una tortura se sei talmente nervoso che batti l’indice sul tasto backspace quattro volte al secondo. Erano circa 14000 volte. Avrei potuto cancellare uno dei miei resoconti giornalieri a furia di colpi di tastiera.

Erano le 18:00. La mia piccola esce dopo circa 4-5 minuti dall’ufficio. Non si preparava mai prima come tutti i suoi colleghi. Cominciava a mettersi il cappotto dopo che si era assicurata di aver fatto un push di tutti i dati e che il computer si fosse spento.

18:01: piccola mia, il sistema operativo si spegne in sì e no 3 millisecondi.

18:02: che cappotto portavi stamattina? Ah sì quello verdolino con la cintura grande

18:03: chissà cosa mangerai stasera?

18:04: piccola mia sono usciti quasi tutti

18:05:

18:06: Che cazzo sta succedendo

18:14: Devo andare a vedere

Poi la vidi senza che mi facessi mezza città di corsa. Era appena uscita, si strinse bene la cintura e tirò giù le maniche della giacca che non spuntavano bene da quelle del cappotto.

«Postazione 62-51-42-01 e muoviti» urlai alla AI.

Era il codice della telecamera che registrava la piccola piazza davanti all’ufficio della mia Emmuccia. Sapevo il codice a memoria nonostante di telecamere, solo in città, ce n’erano tipo 5000 o qualche migliaio in più.

La mia piccola appoggiò la sua bianca mano sul fianco e alzò lo sguardo per permettere al sistema di riconoscimento centrale di inquadrare bene il suo viso. Appena sentì che il suo cellulare vibrò per via della notifica del server girò la testa e rimase ferma ad osservare la porta di sicurezza dell’edificio.

Eccolo. Che tu sia maledetto. 1.90, capelli biondini, occhi azzurrini, fisico asciutto e mi fermo qui prima di sembrare la pubblicità di un centro estetico.

«Postazione 62-51-42-01 chi cazzo è quel demente» chiesi alla AI tenendo i denti stretti.

«Non abbiamo compreso la domanda. Ecco una lista di cose che puoi chied…»

«Postazione 62-51-42-01» e questa volta lo scandii neanche stessi insegnando algebra ad un bambino di due anni, «c’è un maschio inquadrato. Chi. È. Il maschio. In questione?»

La AI ebbe la compiacenza di non dirmelo a voce ma di farmi comparire a schermo il profilo social-governativo del novello surfista. Era un 85%. Aveva cambiato l’85% del suo corpo tramite operazioni chirurgiche varie. 85 era tanto per la media della mia città che è 58% o giù di lì, dipende dal periodo dell’anno.

Aggiunti dieci centimetri di statura, cambio colore capelli e cornee, nuova mascella, tolto doppio mento, una bella pompata agli addominali, testicoli resi identici, una bella deviata al corpo cavernoso ora attivabile con uno schiocco di dita a livello mentale e altre cosucce noiose. Niente di che insomma, tutta roba che trovi nella homepage di qualsiasi centro estetico approvato dal governo. Niente modifiche al DNA, di sicuro era uno squattrinato. Tutti se le facevano e fanno parte di un qualsiasi pacchetto in offerta.

S’erano abbracciati con quei dieci centimetri di distanza imbarazzanti.

«La tua mano era un po’ troppo vicina al culo della mia piccola. Spero che ti scoppi quel cazzo di corpo cavernoso che hai sul cazzo» pensai.

«Manda a schermo quello che si stanno dicendo.»

«Stanno discutendo sul dove andare a fare l’aperitivo.»

«Non dirmi un riassunto di cosa si stanno dicendo. Mandami le esatte parole, la conversazione ambientale. Non sarà così difficile.»

Le mie cuffie si attivarono. Si sentiva poco ma avevo intuito il nome del locale. Aprii le sette postazioni presenti lungo il percorso più veloce da farsi a piedi e mi misi ad aspettare guardandoli camminare lentamente nel loro silenzio imbarazzato, unica cosa che potevo fare.

La direzione del locale ci permise di accedere subito alle telecamere interne. Questi padroni dei locali ti ubbidiscono subito e non fanno mai passare più di un minuto dei 60 a loro disposizione secondo legge sulla privacy. Questo perché era facilissimo rovinarli se non ubbidivano come cani ammaestrati al loro governo. Bastava mandare uno dell’ufficio di igiene e fargli trovare, o mettere, un grammo di polvere in uno qualsiasi dei mobili della cucina. Chiusura per 30 giorni, nuova ispezione, nuovo granello di polvere, altri 60 giorni. Insomma ci siamo capiti.

Lei beveva il cocktail più comune in circolazione mentre lui una di quelle stronzate di bevute che hanno un nome così lungo neanche fosse il primo paragrafo di un noioso libro di psicologia.

«85%. Sì, so cosa vuoi dirmi. Sono coraggioso» disse il biondino con un tono di voce leggermente più alto della musica di sottofondo. Forse s’era anche cambiato le corde vocali ma solo l’idea di andarmi a riguardare la sua lista della spesa chirurgica mi dava il vomito neanche ci fossero le foto del prima e del dopo.

«20%» gli rispose Emma.

Era una 20 come immaginavo.

«Ma dai non ci credo. Beata te che hai ancora molta scelta da fare.»

Era normale scambiarsi la propria percentuale come primo discorso fatto dopo la prima assaporata del cocktail.

Piacersi era facile al mio tempo. O difficile eh, dipende dai punti di vista. Era normalissimo andare a letto al primo appuntamento perché chi avevi davanti era molto probabilmente il modello di uomo o donna tipico per il paese in cui vivevi. I cinesi e i giapponesi erano tutti delle stanghe, gli indiani erano tutti bianco latte, gli USA tutti con rapporto massa grassa massa magra, wow!

Il sesso facilmente era top visto che i cazzi e le fiche erano top. Insomma una società ideale da questo punto di vista. Ma allora perché si scambiava la propria percentuale? Beh perché era giusto saperlo. I DNA dei belli era pur sempre una solida base sulla quale ragionare. Se due 80% finivano per avere un bambino molto probabilmente gli sarebbe costato un patrimonio migliorarlo durante l’adolescenza e renderlo come papi e mami. Purtroppo i premi delle coperture assicurative mediche crescevano in maniera esponenziale più ti avvicinavi al 100%.

«Penso che tu sia carina» disse il wannabe modello di biancheria intima, «e sentire la tua percentuale ha portato un raggio di sole nella mia giornata così noiosa.»

Classico passaggio di chi nella vita ha letto sì e no un libro, magari le istruzioni della propria auto.

«Sì, penso di piacermi così» disse sommessamente la mia piccola. Aveva la voce della pubblicità del detersivo ma io la trovavo armoniosa.

La conversazione poi continuò a senso unico con il tizio che elencava quanti like si beccava ogni volta che pubblicava un suo video. Una conversazione talmente monotona che quasi stavo per addormentarmi.

«Come va?» chiese il mio supervisore mentre mi stritolava il trapezio tra pollice e indice.

«Sono ancora a bere» non riuscii a finire la frase per il dolore.

«Noi hai trovato niente su di lei?»

«No supervisore» esalai, «nessun profilo social. Ha solo quello governativo ma ha pubblicato solo le informazioni obbligatorie.»

«Resoconti di operazioni?» Parlava troppo vicino al mio orecchio. Il suo alito da caffè era così intenso che mi bruciavano gli occhi.

«No.»

«No cosa?»

«No supervisore.»

«Quindi? Questi mesi di studio, di pedinamenti e di ottimi assegni settimanali saranno pur serviti a qualcosa.»

«Cosa intende? Supervisore.»

«È davvero una zero?»

«Io, io non. Non lo so supervisore. È davvero questa la ragione? Pensavo che fosse solo un consiglio per aprire la pista. Non penso che ne esistano in vita.»

«Non l’avevi capito? Eppure se lavori al Ministero della Salute Pubblica e dell’Evoluzione sei una persona più intelligente del normale.»

Ora mi stava piegando a metà l’orecchio destro.

«No supervisore.»

«Prendi una posizione. È la tua responsabilità e la responsabilità si paga. Per questo il tuo stipendio e dieci volte quello di una persona normale.»

«Penso di sì supervisore.»

«Pensi? Credi? Ipotizzi?»

Attorno a me si radunarono altri incravattati con i loro aliti da caffè.

Perdonami piccola mia. La mia Emma.

«Nessun dato certo. Quindi è di sicuro una 0%.»

«Ho fatto bene a far partire la squadra allora.»

Le mie mani tremavano mentre quattro poliziotti in tenuta nera intimidatoria e fucili semiautomatici entrarono nel locale. La musica si fermò e tutti mostrarono le mani neanche fossero degli automi.

«L’evoluzione umana è la nostra priorità maggiore ora e una persona zero con un albero genealogico zero vale più della vita di migliaia di persone.»

Emma si girò verso la telecamera e sorrise. Mosse la bocca a pronunciare il mio nome ma senza produrre alcun suono.

«So chi sei e ci incontreremo presto» continuò mentre il sangue del biondo e parti del cervello gli scoppiarono sul viso.

Feci per togliermi le cuffie ma i suoni dei festeggiamenti in ufficio non erano migliori dei colpi di fucile sparati agli avventori del locale rimasti ancora in vita e che rantolavano in terra.

Volevo correre da lei, stringerla forte. Strapparmi via quel 62% del non me accumulato negli anni per poterla accarezzare. Ma non potevo. Ero uno abbandonato. Ero come tutti.

Ti amo piccola mia.

La mia Emma era una persona speciale. La persona più normale possible probabilmente nell’arco di migliaia e migliaia di chilometri.

Epilambanein by Francesco Bigiarini is licensed under CC BY-NC-ND 4.0

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