Taro non era pericoloso, non nel vero senso della parola. In fondo chi avrebbe avuto paura di un Taro qualsiasi? Aveva un nome molto comune in Giappone. Sembrava che i suoi avessero predetto quello che sarebbe diventato nella sua vita.
In quel momento quel Taro dal nome così comune barcollava in balia dell’inerzia sul treno delle 18:03 della linea JR di Tokyo stretto in mezzo alle altre persone che come lui tornavano a casa dopo una lunga giornata di lavoro.
Sarebbe arrivato alle 18:26 alla sua stazione: non un minuto di più, non uno di meno, non un secondo di più, non uno di meno. I treni in Giappone non tardavano mai, arrivavano sempre in perfetto orario, a differenza degli altri paesi del mondo. Nei primi anni del XXI secolo il governo si poteva vantare del fatto che il sistema ferroviario in capo a un anno poteva accumulare complessivamente un paio di minuti di ritardo di media sulle corse mentre ora erano anni svariati anni che non si registravano più di tre secondi.
C’era un sacco di gente stipata nella sua carrozza e aveva poco spazio di manovra. Ovviamente come tutti i giorni da qualche anno a questa parte non aveva trovato posto a sedere. Cercava di rimanere in piedi alla meno peggio aggrappandosi ad ogni frenata e accelerata. C’era un relativo silenzio attorno a lui dato che tutta la gente era occupata a leggere, spedire messaggi, ascoltare musica e in generale a relazionarsi con altri esseri umani non presenti lì fisicamente. Solo il treno produceva un piccolo stridio nelle curve e degli schiocchi ritmici quando passava sopra un ponte sopraelevato.
Il treno annunciò che sarebbero arrivati tra poco alla stazione di Meguro, l’ultima prima di Gotanda dove lui sarebbe dovuto scendere. Quello era il segnale che doveva cominciare a prepararsi per scendere. Amava prepararsi con molto anticipo, controllare più di una volta di non aver lasciato niente sul sedile e mille altri piccoli rituali quotidiani ossessivi compulsivi.
Man non ce la fece a tenersi fermo, nessuno potè.
Non dovevano esserci bruschi cambiamenti di velocità in quel punto, lo sapeva, aveva fatto quella tratta migliaia di volte. Non cadde in terra però in quanto il suo movimento venne attutito dalla cerchia di persone che lo circondava.
Taro guardò alla sua sinistra. Il treno aveva deragliato e le prime due carrozze stavano per ripiegarsi a tenaglia contro la sua. Erano vicine, sempre più vicine, solo qualche secondo più vicine. Le lamiere si contorcevano e venivano schiacciate così come succede ad una lattina di caffè stretta tra due palmi. I corpi della gente al loro interno venivano tranciati e inondavano i pochi finestrini ancora integri di sangue rosastro.
Taro non aveva paura, gli sembrava paradossale che non ne potesse avere. Quasi si divertiva di fronte a quello spettacolo inatteso incurante però della sua probabilissima fine violenta. La porta che aveva vicino saltò via dai cardini e si proiettò verso di lui, verso il suo collo per la precisione. Non aveva mai pensato che sarebbe morto così. Si era sempre immaginato di morire vecchio quel tanto che bastava per vedere i figli dei suoi figli.
Si immaginava lì nel giardino di casa sua sotto uno splendido ciliegio in fiore circondato da tutte le persone che amava. Una fine decisamente romantica e alquanto improbabile dato che non aveva mai avuto uno straccio di storia d’amore nella sua vita.
Invece stava per diventare una delle vittime del terribile deragliamento accaduto nella linea JR tra la stazione di Meguro e quella di Gotanda. Già se li vedeva i titoli dei giornali e il suo nome annegato nella lunga lista a pagina due.
Ma ci voleva davvero così tanto? Gli pareva che quella lamiera non arrivasse mai. Aveva fatto in tempo a respirare tre volte. Non sapeva che fare. Decise di alzarsi e lo fece. Si vide lì in terra con quella segmento di porta che gli si avvicinava lentamente al collo. Tutto lì intorno si muoveva lentamente, oppure era lui che si muoveva velocissimo, insomma la teoria della relatività parla chiaro. Oppure ancora: qualcosa si stava muovendo?
Che la religione avesse ragione? Era vero che tutti gli uomini hanno un’anima che trasmigra in punto di morte per poi finire aldilà del mondo materiale? Ed era così che accadeva?
Taro si mise a ridere anche solo per averla pensata una cosa del genere. Respirava, rideva e si udiva farlo, poteva interagire con quello che aveva attorno e soprattutto vedeva lo scorrere degli eventi seppur se molto lentamente.
Ma quale anima.
Continuò a muoversi. Lo poteva fare. Toccò una persona vicino a lui. Era calda. Lui era un materialista, una di quelle persona che non si degnava di visitare il tempio più vicino a casa il primo dell’anno, e sai che ci vanno tutti. Cercò di capire per filo e per segno cosa stesse succedendo. Doveva e voleva dare una spiegazione a tutte quelle bestemmie non contemplate dalla fisica meccanica che lo circondavano a pochi passi.
Prese in mano la lamiera che stava per colpire il suo corpo originario ma non poté muoverla di un solo millimetro. Molte cose non potevano accedere in quel suo universo. Lui stesso non poteva essere vero: non si crea materia dalla materia. Il tempo non poteva scorrere così lentamente. Non aveva senso che lui potesse camminare sulla carrozza ma che non potesse muovere gli oggetti accanto a lui per via del principio di azione-reazione. Neanche nell’orizzonte degli eventi di un buco nero oppure in un campo di improbabilità infinita potevano esserci così tanti errori di macro e micro fisica.
Si avvicinò al suo corpo per guardare meglio e notò che tutto scorreva lento sì ma sempre più lento e non in progressione lineare. Sembrava che il mondo volesse andare avanti, come d’altronde aveva sempre fatto, ma che ora non ci fosse più tutta quella fretta a cui lui s’era abituato. Taro lasciò perdere quello che aveva intorno, tanto se non lo poteva spiegare con la fisica allora non era degno di attenzione.
Uscì in qualche maniera dallo squarcio sul fianco del treno ma inciampò e fini a rotolare sopra il cemento sporcandosi il vestito da salary-man. Non se la prese però. Qualche molecola di terriccio sopra un vestito era cosa di poco conto considerato il macro evento cosmico che aveva investito la città di Tokyo e forse tutto l’universo stesso.
Nel rialzarsi si girò verso quel treno che avrebbe dovuto portarlo a casa. Il convoglio si muoveva lentamente e poteva vedere le facce della gente trasformarsi mano a mano in espressioni di terrore. Rise, di nuovo. Non sapeva perché trovava il tutto così buffo. Si allontanò dal treno pensando se, come e quando sarebbe ritornato a casa sua. Amesso che esistesse ancora si intende.
Un fortissimo clangore di lamiere lo fece sobbalzare. Si girò senza smettere di camminare e vide il treno tornare sui binari e riprendere la sua strada all’indietro. Si fermò. Il treno fece lo stesso. Rimase per un attimo inebetito a morsarsi il labbro inferiore. Fece un passo verso dove era venuto e quel treno della malora fece qualche metro in avanti.
Taro rimase immobile un paio di minuti cercando di fare il punto della situazione. Si asciugò il sudore dalla fronte e si incamminò verso il treno. La camminata si fece quasi subito corsa dato che Taro dovette scansare la prima carrozza perché non lo investisse.
Più si avvicinava al se stesso dentro al treno più il tempo scorreva in avanti. Preso dalla foga rientrò dentro al suo scompartimento e si gettò addosso al suo corpo originario. Nell’avvicinarsi lo colse la disperazione. Più la distanza si accorciava più gli sembrava che ci sarebbe voluto ad arrivare a destinazione.
All’improvviso il suo cervello non ce la fece più, la consapevolezza acquisita del tempo e dello spazio lo stava per tirare matto. Gli tornò in mente quando al liceo gli spiegarono perché era impossibile superare la velocità della luce. Non si poteva perché semplicemente più di avvicini ai 300000 km/s più il tempo rallenta fino a quando teoricamente la raggiungi e si ferma del tutto. Come puoi accelerare dopo? Non è possibile, il tempo è fermo.
Fece un leggero movimento e fu sbalzato indietro. L’aveva già fatto la prima volta che era uscito dal suo corpo ma solo ora si era reso conto del perché l’aveva fatto. Davanti a lui, avanti nel tempo e nello spazio, c’erano accadimenti dalla natura inconcepibile. La prima volta li aveva scansati senza neanche rendersene conto, ora invece era stato talmente spavaldo e stupido da testare quanto sarebbe potuto andare avanti. Si rese conto che non aveva fatto molto. Gli era sembrato che il tempo e lo spazio si fossero accorciati come accadeva nel paradosso di Achille e della tartaruga. Lui era stato Achille per qualche passo e un solo sguardo rivolto a quel traguardo terribile e immensamente lontano l’aveva quasi cancellato come entità pensante. Non si era lasciato andare però e in uno slancio che non pensava di sapere e poter fare aveva abbandonato la folle corsa.
Uscì urlando imponendosi di non rivolgere mai più lo sguardo a quel pozzo della realtà situato nella terza carrozza del treno JR. Si stese in terra tremando e piangendo come un bambino martoriato da quella paura indefinibile che l’aveva investito.
Era quella la morte? O meglio era morto? Era un fantasma? Era davvero così terribile la morte? Un giorno aveva letto che non bisogna aver paura della morte perché quando c’è lei non ci siamo noi ma evidentemente quello che aveva formulato quella frase non aveva ragione.
Alzò gli occhi al cielo. Anche le nuvole sopra Tokyo erano immobili. Lui forse aveva fermato il tempo e non solo quello che aveva intorno ma probabilmente anche la terra stessa. Doveva essere temporalmente immobile, non aveva senso che si continuasse a muovere se non assieme a lui. Taro non voleva fare del male a nessuno. A questo punto avrebbe voluto solo essere un +1 sul numero delle vittime del deragliamento. Non si considerava abbastanza perché potesse solo pensare che la sua di morte fosse speciale sia nelle dinamiche che negli ultimi eventi.
Taro dal nome così comune si rimise a correre lontano dalla fonte dei suoi problemi, lontano da se stesso. Le sue gambe volavano e il tempo volava all’indietro assieme a lui sempre più veloce. Non c’era più la stazione, la gente, le nuvole che si ricordava. Ora non stava correndo più sul cemento ma sopra un selciato dalla grana grossa. Morte e vita gli sfrecciarono veloci accanto in un turbinio di trasformazioni annichilite nel punto dello loro nascita. Sbatté con forza contro un albero di ciliegio che gli tornò in vita proprio davanti al naso, rotolò per un paio di metri e vide l’albero regredire fino a sparire.
Non era più nella sua città. Come poteva esserlo. Il tempo aveva cominciato a scorrere molto velocemente, gli sembrava in progressione esponenziale. Se avesse fatto solo qualche altro passo sarebbe probabilmente finito schiacciato dal movimento della zolla tettonica che aveva creato la penisola del Giappone.
Ansimava e non riusciva neppure a inghiottire la propria saliva. Era bloccato nella sua posizione. Se si muoveva anche solo di qualche centimetro finiva per vomitare per via della realtà che gli si strappava da sotto gli occhi. Doveva tornare al treno, avvicinarsi alla sua morte e restare in una zona di relativa tranquillità dello scorrere del tempo. Non poteva rimanere così lontano, la progressione esponenziale era troppo in là.
Forse è per questo che si dice che non si può fuggire dalla morte? Doveva esserlo!
Non era facile però orientarsi per tornare alla carrozza. Il paesaggio cambiava troppo velocemente perché la sua mente riuscisse a calcolarlo. Provò a fare un piccolo passo e il mondo si mosse appena. Evidentemente aveva camminato nella perpendicolare alla direzione per il treno. Si mise a ridere in maniera scomposta spinto da irrefrenabile gioia.
«Buonasera» disse qualcuno. Lo disse per il verso giusto e alla giusta velocità.
Taro gridò di istinto. C’era una persona seduta in terra a pochi metri da lui. Era vestito con la classica blusa dei sararīman giapponesi: vestito nero, camicia bianca, cravatta a puntini blu scuri, scarpe di cuoio nere nuove di pacca, niente segno di usura.
Aveva un leggero sogghigno incorniciato dai capelli impomatati e la barba fatta di freschissimo.
«Ti aspettavi qualcosa tipo falce fienaia e tunica nera?» Aveva la voce di chi si fuma 30 sigarette al giorno.
Sbatté di nuovo gli occhi e vide contemporaneamente un numero incommensurabile di altre persone che avevano sfuggito la morte. Nessuno faceva eccezione, nessuno l’aveva fatto e nessuno lo farà. Non cambiò mai le cose per nessuno. Tutti capirono che non era giusto che lui lo facesse. Si chiese cosa succedeva a chi moriva. Forse la stasi di tempo e spazio era l’aldilà? Poteva chi ci finiva considerarlo come un posto dove si finisce?
Non lo sapeva. Avrebbe potuto ma non lo fece. Fu una scelta sua personale. Tornò al treno. Ora aveva capito che il tempo e lo spazio erano solo sue concezioni. In quel momento, se di momento si poteva parlare, non aveva veramente quel corpo. Non camminava veramente nel mondo materiale, non sentiva il caldo e il freddo. Insomma era caduto sbattendo il naso contro il ciliegio perché era un’ovvia conseguenza, non per altro.
Lui era una persona speciale. Era l’unico a quanto ne sapeva che potesse manipolare così quello che è e quello che non è. Il bello è che sapeva pure perché e ne era sicuro. Poteva tutto tranne che impedire che il tempo proseguisse lungo quella direzione. Alzò gli occhi e si mise a ridere.
Era ovvio che fosse così.
La morte l’aveva cambiato, non fisicamente, gli aveva dato la consapevolezza. Ora si rese conto di poter danzare tra le pieghe della realtà. Capì anche perché era morto e si mise a ridere di nuovo. Era l’unico a cui piaceva scherzare. Non sarebbe stato su quel treno altrimenti.
Era ora di smetterla però quindi cambiò quello che era per lui ma soprattutto per tutte le persone del treno delle 18:03 della linea JR di Tokyo. Eliminò la catena degli eventi che portavano a far bloccare la deviazione dei binari, cosa che avrebbe causato il deragliamento. Bastava veramente poco. Cercò comunque di non allontanarsi troppo per non sciuparsi lo scherzo.
Finì di prepararsi per scendere adempiendo ai mille piccoli rituali quotidiani. La prossima fermata era la sua e lui amava prepararsi con molto anticipo. Passò qualche minuto e le porte si aprirono in perfetto orario al suono della voce femminile che salmodiava un:
«Meguro. Meguro desu.»
Uscì velocemente spinto dalla folla dietro di lui che scalpitava per scappare via dal treno che come lui avevano preso migliaia di volte. Non volendo a metà della scalinata che portava al corridoio interrato urtò una ragazza e la fece scivolare. Sarebbe sicuramente caduta in maniera rovinosa giù per i ripidi gradini se lui non l’avesse ripresa al volo per un braccio.
«Stia attento!» Urlò la ragazza a una spanna dalla sua faccia.
Era paonazza per la rabbia e tremava leggermente per lo spavento subito.
«Mi scusi signorina» disse Taro, «non l’ho fatto apposta. La folla mi ha spinto a sua volta.»
«Mi potevo ammazzare giù per questi gradini!» Urlò di nuovo la ragazza con un misto di rabbia e felicità per lo scampato pericolo.
«Ne sono consapevole» disse Taro cercando di ingollare la risata.
Era una bella giornata, pensò, e in fondo sarebbe stato bello farsi una bella passeggiata fino a Gotanda.
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